Il Frankenstein di Shelley ci spiega 2 ferite dell’anima: l’abbandono e il rifiuto.

Il Frankenstein di Shelley ci spiega 2 ferite dell’anima: l’abbandono e il rifiuto.

Copertina libro La regina degli scacchi di Walter Tevis

ROMANZO – GRANDI CLASSICIHORROR & GOTICO

Il Frankenstein di Shelley ci spiega 2 ferite dell’anima: l’abbandono e il rifiuto.

Leggere Frankenstein con le lenti della Spiritualità è un’esperienza evolutiva. Spogliando il “mostro” delle sue ombre ecco che diventa archetipo delle difficoltà che l’essere umano incontra quando guarisce la sua anima dalle ferite più profonde.

13 DICEMBRE 2025 – TORINO

ROMANZO – GRANDI CLASSICIHORROR & GOTICO

Frankenstein di Mary Shelley. Ecco la mia recensione.

Non è stata la prima volta e non sarà l’ultima.

Forse perché sono Lettrice di Registri Akashici ma i libri che leggo sono tessere del mosaico che è la mia vita.
Quando prendiamo in mano un libro crediamo di essere noi a leggerlo ma in realtà “è lui” che ci legge e al contempo ci dà la possibilità di leggerci mentre lo sguardo scorre fra le parole dette e non dette dell’autore. Almeno se gli lasciamo questo spazio.

 

E se ci sono libri che “ci leggono” ci sono anche quelli che che ci aspettano.

Frankenstein è stato così per me.
L’ho acquistato tre anni prima di leggerlo davvero.

Un richiamo come sempre mi ha mossa a portarlo con me…in attesa.

Oggi so che non avevo gli strumenti per dargli una lettura oltre la cultura gotica di massa.

Di fatto l’ho scelto/mi ha scelta quando ancora non avevo sbloccato pienamente la mia coscienza e la mia competenza spirituale. Un libro rimasto in silenzio, come se sapesse che non era ancora il tempo giusto.

Aveva ragione.

Oltre la storia gotica troviamo di più.
Una mappa dell’anima ferita.
Un archetipo potentissimo di ciò che siamo prima di guarire.

E questa mia riflessione è certamente fuori dall’ordinario ma non lo è anche la “creatura” che è nata dal genio di Mary Shelley?!

Frankenstein come archetipo: ciò che siamo prima di guarire

Frankenstein non è un mostro.
Frankenstein è un patchwork un assemblaggio di ciò a cui il nostro inconscio ci ha esposto e in cui ci ha trasformato.

 

È ciò che diventiamo quando siamo un esperimento di esperienze non integrate, di ferite mai guardate, di parti di noi che hanno imparato a sopravvivere invece che a vivere.

Un’entità che sentiamo di non aver scelto perché è la nostra parte animica e quindi (ancora) inconscia ad avere in mano le redini della nostra vita.
La creatura è lo specchio dell’essere umano non ancora guarito, non ancora intero, non ancora accolto.

Il gotico, allora, non è il fine o lo stile.
È un velo.
Un linguaggio simbolico che nasconde, e al tempo stesso rivela, una verità profondamente umana: quando non siamo integrati, facciamo paura. Prima a noi stessi. Poi al mondo.

Quando non sappiamo chi siamo e pensiamo di non esserci scelti il nostro passo nel mondo è pesante e devastante prima di incontrare la leggerezza della consapevolezza.

La saggezza di Frankenstein, un libro che mi ha aspettata

Come già detto ho acquistato questo libro anni fa, quando ancora non avevo le parole, né gli strumenti, per leggerlo davvero l’oltre che nasconde.
L’ho ripreso in mano durante uno dei miei “viaggi interiori” ultimato con l’ennesimo treno fra Torino e Milano, nel momento esatto in cui il mio sguardo era intenzionalmente e definitivamente cambiato.

Il tempo giusto non è mai casuale.
E soprattutto non si può programmare.

Semplicemente ci muoviamo nella sua direzione per poi lasciarci travolgere dagli eventi a volte soffici a volte brutali. Stavolta ho sperimentato la bellezza di un momento morbido.

Ci sono letture che accadono solo quando la coscienza è pronta a sostenere ciò che rivelano. Frankenstein nel suo essere gotico semplicemente è crudo e quindi non artefatto, eppure se lo leggi quando non sei allineat* ti perdi un mondo e resta una storia oscura.

Se lo leggi quando sei pront*, diventa uno specchio sacro.

Libro La regina degli scacchi di Walter Tevis chiuso in mano
Libro La regina degli scacchi aperto durante la lettura
Dorso del libro La regina degli scacchi di Walter Tevis

Leggere Frankenstein con gli occhi della spiritualità

Il mio stato d’animo, durante questa lettura, è stato uno solo: empatia.

Empatia per la creatura.

Ma anche il sentire profondamente chi sono dovuta essere per diventare chi sono oggi.


Tra le righe, e oltre lo standard della cultura di massa, si manifesta un messaggio “sottile”, evolutivo, profondamente animico.

Leggere Frankenstein con gli occhi della spiritualità significa togliere il nero del gotico e vedere ciò che resta quando il buio non serve più a spaventare, ma a comprendere.

A vedere.

Vedere profondamente nel buio del vuoto, della solitudine e dell’abbandono.
E ciò che resta è una domanda antica: cosa succede all’anima quando non viene vista?

La ferita del rifiuto: quando non veniamo visti

La ferita del rifiuto è il primo battito del cuore del “mostro”.

La creatura viene rifiutata dal suo stesso creatore, respinta dallo sguardo umano, esclusa prima ancora di poter esistere davvero.
Non viene vista. Non viene riconosciuta. Non viene scelta.

Da qui nasce la rabbia.
Una rabbia che non è assenza d’anima
(come Victor il suo creatore ha creduto fin quasi alla fine) ma frustrazione che diventa disperazione nel non sapere come spezzare il loop nel quale ci si sente incastrati e impotenti.
È il dolore di chi sente di esistere, ma non trova uno spazio in nessun mondo che lo accolga.

Quando non veniamo visti, iniziamo a urlare.
E se nessuno ascolta, impariamo a ferire.

Finché il ferire che sia noi stessi o gli altri nel processo evolutivo non si trasforma in atto di protezione, di recinzione (confini personali e protezione verso chi e cosa amiamo) e creazione di un Mondo che sa essere nostro.

Nel libro ritroviamo l’atto creativo di un nuovo mondo quando la Creatura Frankenstein fa esperienza del “Mondo Casa”, per chi come noi ha l’imprenditoria come Missione animica significa creare il proprio Spazio Sacro in cui accogliere ed evolvere ancora.

La ferita dell’abbandono: quando veniamo lasciati soli

L’abbandono è una ferita dell’anima che grida forte.

Un grido che è il suono disperato della Creatura quando nel nulla ecosistemico di ciò che gli è intorno, esprime se stesso nell’unico modo che sente suo.

La sua forza.

Il suo corpo.

La sua determinazione che qui è sete di vendetta fomentata dalla sensazione di costrizione interiore.

Ed è lì che la rabbia esplode.

É lì che questo tremendo sentire vuole uscire fuori.

Che sia per creare o distruggere alla Creatura (e a noi, in una fase pre-spirituale) non importa.

Il troppo sentire diventa un tumore di cui liberarsi. Una massa informe di energia densa da strappare dal nostro corpo [ti rimando alla pratica energetica in cui puoi rimuovere masse dense dal tuo corpo: Sfera nera e oro ad alta quota]

 

Ciascuno di noi la ferita dell’abbandono l’ha vissuta (e ri-vissuta) in questa vita e in molte altre prima di questa.
E Frankenstein la incarna in modo crudele e perfetto.

La creatura viene lasciata senza guida, senza nome, senza casa.
Nessuno gli insegna chi è. Nessuno gli mostra come stare nel mondo.

Nessuno ha creato un mondo che potesse accoglierlo al suo arrivo [e qui si potrebbero aprire parentesi parallele sulla genitorialità consapevole, letta persino in un’ottica bilaterale…].

L’abbandono genera smarrimento.
E lo smarrimento, se non accolto, si trasforma in vendetta.

Non perché la vendetta sia giusta (nel senso di evolutiva), ma perché è l’unico linguaggio che resta a chi non ha mai imparato a trasformare il dolore in senso.

Solo quando arrivi qui sei davvero liber*.

La solitudine dell’evoluzione e il vivere ai margini

Frankenstein vaga in luoghi remoti, si nasconde, vive ai margini.
Proprio come accade a chi sta evolvendo senza ancora avere gli strumenti per farlo.

É un movimento cieco e incessante.

É un avanzare tormentato e profondo.

C’è una solitudine particolare che accompagna l’evoluzione (ma anche l’imprenditoria…sono certa che sai si cosa parlo…): quella di chi sente che non può più tornare indietro, ma non sa ancora dove andare.
La vendetta, allora, diventa un tentativo brutale, e non evolutivo/elevato, di liberarsi da un peso enorme.

La rabbia di Frankenstein nasce dal fatto di non avere strumenti per evolvere.
Vive la tremenda frustrazione di essere incastrato in un limbo che sente di non aver scelto.
Esattamente come accade quando siamo intrappolati in un loop che la nostra parte subconscia ci ripropone ancora e ancora, come un tormento senza fine.

Il tempo animico non è mai casuale

Ho scritto questa recensione il 13 dicembre 2025, il giorno dopo il portale 12/12, in un anno a energia 9.
Il giorno dopo essere stata a Milano per un evento dal vivo che poggiandosi sulle basi costruite fin qui ha smosso la giusta energia per la mia evoluzione futura come donna e imprenditrice.

Oggi che scrivo apprendo la notizia che stanotte (nel pieno del portale energetico) la mia storica insegnante di danza si spegne per sempre.

Stamattina ancora non lo sapevo.

Nel mio channeling mattutino lei mi è apparsa: evidentemente era un saluto e se n’è andata ricordandomi una cosa importante per me.

Sei un’artista.

Non le ho mai creduto.

Stamattina nel riaffiorare delle sue parole ho pianto.

Questa è la sua eredità per me.

La onorerò al mio meglio.

 

Nulla è stato casuale.
Nemmeno questa lettura.
Nemmeno questo momento.

Nemmeno il mio (possibile) rimanere a Milano qualche ora in più senza farlo davvero.

 

Quando l’anima è pronta a chiudere un ciclo ciò che è funzionale ci attiva per chiudere i cerchi ancora aperti e per darci i doni che servono al nuovo ciclo in cui stiamo per entrare.

 

Varca la soglia.

Rileggere Frankenstein da adulti: oltre il gotico

Rileggere Frankenstein in età adulta significa spogliarlo dell’horror e riconoscerlo per ciò che è: un Maestro Oscuro.

Non un mostro da temere, ma una coscienza ferita da comprendere.
Un insegnamento animico che ci invita a guardare ciò che diventa distruttivo quando non viene guarito.

Ci ricorda che nero, o gotico in questo caso, è solo ciò che ancora non abbiamo integrato. 

Ci ricorda che la tenebra è la fase prima della luce.

Frankenstein non chiede giudizio.
Chiede integrazione.

Morale: rimanere in bilico fra rabbia e non appartenenza finché non guariamo

Finché non guariamo le nostre ferite, restiamo in bilico.
Fra rabbia e non appartenenza.
Fra desiderio di essere visti e paura di esserlo davvero.

Guarire significa diventare integri.

Significa smettere di respingere chi siamo e l’altro.

Significa diventare il nostro stesso Mondo e scegliere da questa nuova dimensione se accogliere altri al suo interno e quindi intrecciare ciò che per noi abbiamo creato, con i mondi altrui.
Di fatto solo quando siamo integri possiamo scegliere il luogo, il contesto, il mondo a cui appartenere.

Osservando le dinamiche attraverso le quali ho vissuto questo Grande Classico ritengo che possa trovare il suo lettore/lettrice o all’inizio del suo percorso evolutivo per mostrargli le sue ombre; oppure quando l’evoluzione è completa per mostrargli la luce che ha portato dentro di sé.

E se vuoi gli strumenti per passare da ombra a luce all’interno di Spiritual CEO Academy trovi un’intera Libreria di risorse gratuite create appositamente per condurti in questa transizione.

Sinossi

Victor Frankenstein, giovane studioso assetato di conoscenza, spinto dal desiderio di superare i limiti della scienza, riesce a dare vita a una creatura assemblata a partire da frammenti umani.
Ma ciò che nasce dal suo esperimento non è il trionfo della ragione: è un essere sensibile, potente, incompreso, destinato a essere rifiutato da chiunque persino dal suo stesso creatore!

Abbandonato dal suo creatore e respinto dal mondo, il “mostro” sviluppa un profondo dolore che si trasforma in furia, in solitudine e infine in vendetta.
Inizia così un inseguimento tra creatore e creatura, un viaggio che attraversa paesaggi alpini, laboratori oscuri e luoghi gelidi ai confini del mondo, mentre entrambi sono tormentati dalla stessa domanda: chi è il vero mostro?

Tra riflessioni sul limite etico della scienza, il peso della responsabilità e il bisogno umano di essere visti e soprattutto accettati, Shelley costruisce uno dei romanzi più potenti di sempre, un classico assoluto che continua a parlare al presente con la sua inquietante attualità.

 

 

 

Info bibliografiche

Titolo originale: Frankenstein or the Modern Prometheus

Titolo italiano: Frankenstein

Autore: Mary Shelley

 

Anno di uscita originale: 1818

Prima pubblicazione italiana: 2015 (edizione BUR)

 

La mia edizione: novembre 2021, Edizione illustrata BUR Deluxe, acquistata a Torino

Editore italiano: BUR / Rizzoli

Numero di pagine: 259

 

Genere: GRANDI CLASSICI, HORROR & GOTICO

Data, luogo ed età di acquisto del libro: 12 Dicembre 2021, Torino, 32 anni

Data, luogo ed età di scrittura dell’articolo: 13 Dicembre 2025, Torino, 36 anni

 

 

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Esplorare la dualità con il Dr. Jekyll e Mr. Hyde

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Recensione de: Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson

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In questo grande classico troviamo il concetto di dualità dell’essere umano fortemente estremizzato e anzi portato al limite ultimo, quello da cui non si è più in grado di fare ritorno. Ciò nonostante la dualità nell’essere umano non è fatta solo di bene e male, ma di equilibri tra le parti.

13 NOVEMBRE 2022 – TORINO

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Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde Di Robert Louis Stevenson: ecco la mia recensione

Altro viaggio, altro libro.

Oramai direi che è diventata quasi una abitudine leggere più spesso quando sono fuori casa, che non lo sono. Forse perché il viaggio è un momento di introspezione (tra le altre cose) e la lettura ci si abbina davvero molto bene.

E accadde a me come accade a tanta parte dei miei simili, di scegliere la parte migliore e di non avere la forza necessaria a tenerla in vita.

Nel caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson, ho avuto modo di rileggerlo una seconda volta quando l’ho portato con me in Liguria dove sono andata per passare un weekend al mare (estate 2022). Quello è stato un week-end abbastanza improvvisato dunque l’unico bagaglio era un piccolo zaino, va da sé la necessità di portare con me un piccolo libro scelto rapidamente al mattino prima di andare in stazione.

E sono occasioni come questa che mi confermano il fatto che il libro che ci capita tra le mani, nuovo o “vecchio” che sia, lo fa sempre al momento giusto, come le persone del resto. E anche in in questo caso con il dottor Jekyll e Mr. Hyde di Robert Stevenson ho percepito la stessa ironica puntualità, mai casuale.

Lo strano caso del Dr.Jekyll e Mr.Hyde: la mia seconda volta

 

In questa recensione ti parlo della mia seconda lettura di questo libro e nel raccontartelo sono partita dall’ironia di come l’ho riletto proseguendo con il momento in cui, a livello personale, ho esplorato nuove dualità presenti nella mia vita e quindi nella mia persona.

Gli esseri umani, così come noi li incontriamo, sono un miscuglio di bene e di male.

Infatti la dualità presente nei personaggi del Dottor Jekyll e del Signor Hyde, non è poi così distante dalla dualità che regna in ciascuno di noi, semplicemente in questo caso il tutto viene estremizzato e reso gotico riuscendo a far emergere (allo stesso modo di come emerge Mr. Hyde), un aspetto che appartiene a ciascuno di noi e che tuttavia celiamo.

In questo caso tuttavia non mi sono soffermata tanto sulla differenza tra bene e male, quanto piuttosto sul concetto stesso di dualità.

Trama de Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde

La storia la conosciamo un po’ tutti, in fondo si parla di un romanzo famigerato!

Sintetizzando estremamente ci troviamo di fronte ad un medico, il Dr. Jekyll, che a seguito di numerosi esperimenti riesce a trovare la “drugs” giusta che gli consente di liberare la sua parte malvagia e priva di freni. Una sorta di “sturm und drang” personale.

Chiaramente non possiamo sapere se nella genesi di questo romanzo, è nata prima l’idea della “pozione” o della figura del “dottore”, eppure entrambi questi elementi conferiscono autorevolezza ad una trama altrimenti troppo assurda per essere accettata dalla mente razionale del lettore.

La tentazione di fare ciò che è proibito, proprio perché è proibito, è la più grande delle tentazioni.

Sospensione dell’incredulità….

Vero è vero che il lettore si impegna a sospendere la sua incredulità quando si approccia ad una determinata tipologia di romanzo, eppure in quest’occasione si è quasi naturalmente protesi a credere ad ogni singola evento descritto da Stevenson.

Significativa è la scelta di introdurre la pozione all’interno della narrazione, solo nelle ultime pagine del libro! Ciò nonostante non se ne sente assolutamente la mancanza fino a quel momento, poiché ogni singola pagina è dotata di eccellente credibilità.

C’è decisamente un motivo se ancora oggi lo leggiamo, ne parliamo e ne scriviamo e lo portiamo con noi quando facciamo un week-end di svago da qualche parte.

…e metodo scientifico

In lingua originale inglese la pozione è indicata con il termine drug che tra le varie interpretazioni del termine significa sia droga quanto farmaco. Ecco l’elemento scientifico! Non ci viene proposta una pozione venuta dal nulla, ma il frutto di una serie di esperimenti coscienziosi messi a punto non solo da un medico, ma da uno dei dottori più rispettati di tutta Londra.

Scoprii che certi agenti chimici avevano il potere di scuotere e soffiare via questo rivestimento di carne, come il vento fa volare le tende di un padiglione.

Tirare in ballo il metodo scientifico è una scelta narrativa, un escamotage, che consente al lettore di accedere naturalmente al patto di sospensione dell’incredulità poiché tutto sembra al lettore, come già detto, plausibile sin dalle prime pagine.

Così come era già accaduto in Frankenstein (1817), altro grande romanzo gotico, il tratto apparentemente soprannaturale trova immediata spiegazione in elementi che richiamano alla scienza e che quindi fanno leva sulla replicabilità del risultato, poiché questo non nasce dal caso.

Se il racconto di Mary Shelley (1817) può essere considerato l’avvento della fantascienza almeno dal punto di vista letterario, Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson prosegue con fierezza sulle stesse orme.

Empatia: un ponte sull’assurdo

Altro elemento che rende estremamente autentica la percezione di questo romanzo gotico è l’aspetto umano esplicitato nella preoccupazione dei cari amici di Mr. Hyde: Gabriel John Utterson, un avvocato, Richard Enfield, amico e cugino di Utterson e Hastie Lanyon, dottore e stretto amico di Utterson e Jekyll.

Questi infatti sin dalle prime pagine ci incuriosiscono dapprima con i loro racconti, proseguendo poi nel confessarsi l’un l’altro l’enorme preoccupazione nei riguardi del comune amico.

Anche il rapporto di empatia con i personaggi, consente al lettore di costruire un ponte sull’assurdità “razionale” degli eventi che Stevenson ci propone. Quasi si arrivasse ad aver “timore” che vivendo a Londra e aggirandosi per Cavendish Square si potesse incappare nella figura del Signor Hyde.

Ho imparato che l’uomo deve sopportare per sempre il peso e il destino della sua vita: quando tentiamo di disfarcene, essi ci ritornano addosso con nuova e più terribile violenza.

La stessa dualità del ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde

Anche leggendo le pagine de Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde (1890)  ritroviamo come già ne Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson (1886) una trasposizione letteraria del concetto di dualità dell’essere umano.

Da un lato abbiamo infatti la parte che mostriamo con orgoglio al mondo esterno, quella che consente agli altri di avere una buona opinione di noi e forse anche di noi stessi. In questo senso pensiamo anche alla bellezza del Signor Dorian Gray.

Dall’altro lato c’è invece la parte “censurata“ che è quindi bene nascondere affinché non contamini tutti i nostri sforzi, volti ad essere percepiti nel migliore dei modi, nel contesto sociale nel quale siamo inseriti e vogliamo rimanere.

Probabilmente la grande differenza tra questi due romanzi è che mente il Dorian Gray di Oscar Wildeintrappola il suo lato maligno” all’interno di un suo ritratto; il Dr. Jekyll di Stevenson concede libertà al suo AlterEgo: il Signor Hyde, addirittura intenzionalmente.

Tuttavia un punto di incontro tra questi due romanzi è assolutamente presente: la curiosità portata all’estremo, la volontà di esplorare il proprio lato oscuro anche se questo diventa brutale, crudele e maligno oltre ogni limite.

Volendo essere più attuali troviamo che Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson, un po’ come ci spiega Chiara Franchi in Fattore & altro non è se non l’invito a voler accogliere tutte le parti che ci compongono, senza tagliare fuori nulla anzi cercando in questa dicotomia un equilibrio che ci definirà poi nel nostro essere completi.

Lo strano caso…di come è stato salvato dalle fiamme

Come sappiamo accadrà per la Lolita di Nabokov (1955), anche per Lo strano caso del dottor Jekyll e di Mr. Hyde di Robert Louis Stevenson, ci troviamo di fronte ad un romanzo di fama mondiale salvato dalle fiamme.

Mentre nel caso di Lolita fu Nabokov stesso a dare alle fiamme il manoscritto, salvato poi dalla moglie; in questo caso (da una delle versioni tramandateci) fu invece la stessa moglie di Stevenson a dar fuoco al manoscritto, costringendo quindi il marito a riscrivere tutto nella versione che conosciamo oggi.

Mio marito ha scritto una vera schifezza, è un racconto senza senso. Fortunatamente lo ha dimenticato e io lo brucerò dopo avertelo mostrato.

– FANNY VAN DE GRIFT

Genesi del romanzo

Ancora ad oggi non si è raggiunta una versione univoca rispetto a quella che è la genesi de Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hyde. Ciò che è ben noto però è che la storia sia nata nel periodo in cui lo scrittore, al culmine della sua fama per aver scritto L’Isola del tesoro (1883) viene colpito da tubercolosi. Le continue emorragie e il dolore fisico lo portarono a chiedere al suo medico dei farmaci che potessero alleviare i suoi disturbi, così iniziò ad assumere ergotina negli effetti molto simile alla cocaina.

E se da un lato questi rimedi alleggerivano la sua condizione, dall’altro gli causavano una serie di allucinazioni, le quali però gli consentirono di creare questo capolavoro che ora abbiamo tra le mani.

Tra le poche informazioni certe di cui disponiamo e che Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hyde ebbe due versioni: la prima che andò le fiamme (non si sa bene se fu lo stesso Stevenson a darlo alle fiamme o se fu la moglie che sconcertata bozze del manoscritto scelse in tal senso), mentre la seconda prese vita nell’arco di sei giorni ed è quella che ad oggi possiamo leggere.

Che un invalido nelle condizioni di salute di mio marito fosse stato in grado di mettere su carta sessantamila parole in sei giorni sembrava veramente incredibile.

– FANNY VAN DE GRIFT

Il Dr. Jekyll e Mr Hyde: perché leggerlo

Nonostante sia stato pubblicato nel 1886 questo romanzo risulta attuale in maniera sconcertante.

Come già detto è molto breve (106 pagine nella mia edizione Feltrinelli, 144 nell’edizione illustrata BUR Deluxe), eppure è avvincente come se fosse un thriller di Dan Brown (Il codice da Vinci del 2003 – oppure Angeli e Demoni del 2000, nel mio ordine di lettura).

Io stessa ho scelto di interrompere la lettura nei momenti di climax, perché altrimenti davvero lo avrei finito troppo velocemente, poiché gli occhi correvano veloci sulle pagine affamati di scoprire cosa succederà nella prossima scena.

Le trasposizioni letterarie e cinematografiche sono innumerevoli, tuttavia la vera essenza la si può scoprire solo leggendo la versione originale e perché no?! (se si conosce la lingua) proprio quella inglese che, seppur appartenente ad un genere totalmente diverso, anche in Alice nel paese delle meraviglie di Carroll, dà grandi soddisfazioni.

Oltre all’enorme capacità di coinvolgere il lettore di Stevenson che ci fa pensare al Melville di Boby Dick, troviamo certamente una morale profonda e sintetica.

La curiosità nel superare certi limiti è indubbiamente una tentazione, eppure prima di addentrarsi in profondità in luoghi sconosciuti ci si dovrebbe chiedere prima se ne vale la pena poiché la possibilità di percorrere la medesima strada al contrario non è garantita (vedi nuovamente Alice), e nel caso, certamente non facile.

P.s. Forse in linea con questo libro anche io ho riscritto questo articolo due volte: il primo scritto tutto d’un fiato si è perso chissà dove con mio grande dispiacere, perché mi piaceva molto il risultato. Dunque come per il romanzo di cui tratta questo articolo, anche dal mio lato propongo una seconda stesura. Spero davvero che sia esaustiva e coinvolgente al punto di farti leggere questo capolavoro letterario, un grande classico che merita di stare in qualsiasi bliblioteca privata e non.

Buona lettura.

Info bibliografiche

Titolo originale: Strange Case of Dr Jekyll and Mr Hyde (inglese)

Titolo: Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde

Autore: Rober Louise Stevenson

Prima pubblicazione: 1886

Prima pubblicazione in Italia: 1905

La mia edizione: XII edizione Settembre 2005 // 2022

Editore italiano: Feltrinelli Editore // Rizzoli Editore

Collana: I classici – Universale economica Feltrinelli // BUR Deluxe

Genere: Grandi classici, Romanzo, Fantasy, Horror, Gotico, Fantascienza

Numero di pagine: 111 (postfazione inclusa) // 222 (illustrazioni incluse)

Preceduto da: Il principe Otto – 1885

Seguito da: Il ragazzo rapito – 1886

 

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