A Nizza ho scoperto gli Haiku giapponesi: ecco cosa sono!

A Nizza ho scoperto gli Haiku giapponesi: ecco cosa sono!

Copertina del libro “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach del 1975

POESIA

A Nizza ho scoperto gli Haiku giapponesi: ecco cosa sono!

Forma poetica della letteratura giapponese che in sole 17 sillabe sullo schema 5-7-5 e senza alcun titolo introduttivo descrive meticolosamente ciò che il poeta vede. La bellezza di questa edizione? La dualità tra il poetico e il pittorico, che rafforza la bellezza dei tre versi di ogni singolo haiku grazie alla potenza pittorica di Hokusai.

15 NOVEMBRE 2023 – TORINO

POESIA

Haiku – Les Paysages d’Hokusai. Ecco la mia recensione.

Gli Haiku (o haikai) sono componimenti poetici originari del Giappone. La loro caratteristica principale è che sono brevissimi perché composti di sole 17 sillabe distribuite in 3 versi secondo lo schema 5-7-5. La meraviglia nel leggerli sta nella loro capacità di rendere, al pari di una fotografia, una immagine in maniera nitida come se appunto la stessimo guardando con i nostri occhi.

In questa edizione Les Paysages d’Hokusai edita da Seuil, questo effetto è enfatizzato dall’abbinamento tra singolo haiku e un dipinto del celeberrimo artista giapponese: Hokusai.

Haiku: il primo incontro

Prima del mio primo viaggio a Nizza nell’Agosto del 2022, in occasione del mio 33 compleanno (save the date: 23 Agosto) non avevo mai sentito degli Haiku, ma è stato amore a prima vista. Complice in questo certamente la splendida edizione del Les Paysages d’Hokusai edita da Seuil, casa editrice francese che “acquisto” per la prima volta proprio a Nizza nella splendida libreria La Sorbonne che da brava amante dei libri avevo inserito tra le tappe fondamentali da visitare.

Effettivamente insieme alla Spalavera a Pallanza (Lago Maggiore) dove ho acquistato una splendida edizione de I fiori del male di Charles Baudelaire e la Libreria Lazzarelli di Novara dove ho acquistato il mio primo libro di Pablo Neruda: Poesie erotiche, ad oggi è certamente nella mia top three.

Raccolta di Haiku

Questo volume di pregio è una raccolta di 58 Haiku, composti dai importanti poeti giapponesi come Basho, Buson, Chiyo-Ni, Dakotsu, Issa, Joso, Kyorai, Ryokan, Ryota, Shiki, Shusai, Teishitsu.

É stata certamente un’esperienza leggere per la prima volta delle produzioni poetiche giapponesi, ma tradotte in francese. Da provare!

Bellezza estetica a parte di questo libro che ha tanto di dorso in stoffa e caratteri argentati, ciò che mi ha mosso nell’acquisto è stata la possibilità di leggere qualcosa in francese che fosse anche semplice per me che non ho l’occasione di parlarlo tutti i giorni, un po’ come era già stato con Poesie d’amore di Jacques Prévert.

E comunque fa sempre piacere avere in libreria un bel volume come questo al pari di un libro antico o di quelle splendide edizioni tematiche e fotografiche!

Quarta di copertina del libro Erotica di Ghiannis Ritsos

Di cosa parlano gli Haiku

Così come è vero per la poesia occidentale a cui possiamo essere abituati, anche nel caso degli Haiku (o haikai) il poeta può scegliere di immortalare qualsiasi emozione e scenario.

In questo caso abbiamo paesaggi realistici o immaginari, ritratti attraverso diverse stagioni, luoghi, stati d’animo e vita quotidiana in una naturalezza che ci fa percepire quasi un dialogo intimo e avvolgente.

Ci viene proposto un Giappone antico che sembra quasi evocare un senso di familiarità, di “conosciuto” come se fossimo già stati in quei luoghi e insieme al poeta le nostre emozioni avessero modo di spaziare.

Nel leggerli puoi percepire una quiete di spirito che solo la cultura giapponese sa evocare.

La struttura e la stagionalità degli Haiku

Come anticipato gli Haiku sono composti di soli tre versi. Diciassette sillabe che devono necessariamente essere perfettamente evocative e al contempo lasciare quel “non finito” quasi michelangiolesco, invitando il lettore a soffermarsi su quell’emozione che si affaccia, anche se non viene in alcun modo definita dal poeta, ma appunto solo accennata.

Le stagioni sono fondamentali in questa tipologia di componimento poetico basti pensare che esistono raccolte stagionali di Haiku, proprio perché la connessione tra la natura e le emozioni, ma anche immagini, che le stagioni sono in grado di creare e suscitare nel poeta è fondamentale, e funge tanto da stimolo iniziale che da cornice di questi brevi componimenti poetici.

Non a caso un verso di ogni Haiku è proprio riferito alla stagione così che il lettore, con la sua esperienza di vita, può già avere gli strumenti per immergersi in quella “scena”, consentendo al poeta di usare lo stretto necessario lasciando posto a quel qualcosa che cattura lo sguardo, e soprattutto alle emozioni che si esprimono in quel non finito a cui ho accennato poco fa. 

E se la poesia “tradizionale occidentale” è un catalizzatore di emozioni questo è ancor più vero negli Haiku, perché è proprio il sentire del lettore che arricchisce quasi completando/finendo il componimento poetico appena letto, che nelle sue diciassette sillabe ha la capacità di essere compiuto nel suo senso evocativo e comunicativo.

Si rifiutavano di aprire gli occhi per vedere.

Sinossi

Dopo gli Haiku del tempo che passa illustrati da Hokusai, questo nuovo volume di “Classici in immagini” fa rivivere la tradizione del poema breve giapponese: 58 haiku di Basho, Buson, Chiyo-Ni, Dakotsu, Issa, Joso, Kyorai, Ryokan, Ryota , Shiki, Shusai, Teishitsu… scelti per mostrare la bellezza di paesaggi realistici o immaginari attraverso diverse stagioni, luoghi, stati d’animo, vita quotidiana… Una collezione che ci porta, sotto il pennello di Hokusai, grazie a una rappresentazione dolce e poetica del mondo vivente, in una bellissima fantasticheria.

Info bibliografiche

Titolo originale: Les Paysages des L’Hokusai (francese)

Autore: Autori vari

Prima pubblicazione: 2017

La mia edizione: 2017

Editore italiano: Seuil (casa editrice francese)

Collana: –

Genere: Poesia

Numero di pagine: 116

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A caccia di sogni con Moby Dick e il capitano Achab

A caccia di sogni con Moby Dick e il capitano Achab

Copertina del libro “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach del 1975

ROMANZOAVVENTURA

A caccia di sogni con Moby Dick e il capitano Achab

Inseguire l’irraggiungibile e riuscire perfino a raggiungerlo perché l’effetto della monomania è esattamente questo! Ci porta fino a ben oltre i confini del mondo, per arrivare anche solo a sfiorare quello che davvero desideriamo.

E se abbiamo una buona ciurma al nostro fianco rischiamo davvero di raggiungere quello che era irraggiungibile per un singolo uomo.

Insomma l’unione fa la forza no?!

14 NOVEMBRE 2023 – TORINO

ROMANZOAVVENTURA

Moby Dick di Herman Melville. Ecco la mia recensione.

Ho letto Moby Dick per la prima volta a 34 anni ossia due anni più “vecchia” rispetto ai 32 anni dell’autore quando scrisse quello che è divenuto uno dei capolavori della letteratura americana. Ciò nonostante inizialmente questo libro non incontrò i consensi della critica e nemmeno del pubblico e tant’è che segnò la fine della carriera di Hermann Melville.

Morto nel 1891 si dovrà aspettare e gli anni 20 del novecento per trovare una nuova occasione di stampa dell’opera, che venne tradotta in italiano per la prima volta soltanto nel 1930 da Cesare Pavese e pubblicata postuma nel 1932. 

Cercavo una lettura leggera…

…invece ho scelto Moby Dick di Herman Melville

Perdonami la citazione da Harry Potter e la pietra filosofale ma calza alla perfezione! Digressioni fantasy a parte, ho acquistato questo libro di passaggio alla stazione Termini di Roma, e nonostante non avessi più spazio in valigia e nemmeno nello zaino ho voluto portare con me questo volume di quasi 700 pagine nell’edizione illustrata BUR Deluxe che ho scelto.

Inconsapevolmente, stavo cominciando un viaggio “di vita”, e ora quel “viaggio” si è concluso insieme alla lettura di questo librone decisamente arduo da leggere.

Nell’acquisto onestamente mi sono fatta molto conquistare dalla bellezza delle illustrazioni e in generale dall’estetica di questa edizione Bur Deluxe, e anche dal fatto di pensare “non è possibile che ancora non ho letto Moby Dick”. Fatto sta che la combinazione del numero consistente di pagine e i repentini cambi che ha conosciuto la mia vita nei due anni che hanno seguito l’acquisto di Moby Dick, hanno fatto sì che io rimandassi la lettura a favore di libri più brevi che non superassero le 450 pagine e che fossero anche più scorrevoli. Vero è che ho molto preferito la poesia ai romanzi in generale.

Soltanto chi è codardo abbassa la testa durante la tempesta

pag .613

Ma come sempre i libri seguono le mie evoluzioni di vita e così nel mentre che un capitolo intenso della mia vita volgeva al termine, ho voluto cimentarmi dopo tanto tempo, in una lettura impegnativa come appunto è quella di Moby Dick di Herman Melville. Probabilmente il libro più lungo che ho letto prima di questo è stato I pilastri della terra di Ken Follett con le sue 650 pagine (infinitamente più scorrevole), ma a conti fatti è stato per me è molto piacevole avere tra le mani un libro così duraturo, per me che ho l’abitudine di divorarli.

Il capolavoro di Herman Melville, Moby Dick, viene interpretato in svariati modi tra cui anche la metafora fra bene e male. Personalmente scelgo la metafora della vita ed in un certo senso, nella sua lenta progressione sono avanzata tra i flutti della mia vita, almeno quelli tra i più ostici che mi rimanevano da navigare per concludere gli ultimi due anni così intensi e sfiancanti.

Essendo un racconto d’avventura mi aspettavo un ritmo incalzante e che quindi anche la lettura avanzasse in maniera veloce, ma non è stato così. Facendoci quasi perdere e disorientare nel calderone nozionistico che Ismaele ci propone, Melville sembra quasi volerci far entrare in una in uno stato di attesa e pazienza quasi come fossimo anche noi uno dei marinai imbarcati sul Pequod: la baleniera capitanata dal celeberrimo Capitano Achab.

Un inno dunque alla pazienza, alla perseveranza e alla fede.

E non è forse ciò che la vita ci richiede? (compreso il nostro personale modo di intendere la parola la fede…)

Quarta di copertina del libro Erotica di Ghiannis Ritsos

…come se fossimo in una locanda con Ismaele

L’autore così comincia: “chiamatemi Ismaele“; in questo modo oltre a creare un rapporto quasi confidenziale con il lettore, come se appunto ci si trovasse all’interno di un locanda a parlare a tu per tu con questo narratore. Costui di fatto è anche testimone delle vicende che egli stesso narra, e in questa sua quasi plateale presentazione, evoca quella sensazione che si prova all’inizio di ogni viaggio quando siamo sovrastati dal pathos e dalla fame di avventura.

Ma i viaggi lunghi così come le lunghe letture, incappano naturalmente in battute d’arresto, dove quasi sfiduciati semplicemente ci lasciamo cullare dal moto oscillatorio che i flutti impongono alla nostra imbarcazione, che di fatto è la nostra stessa vita.

Leggendo Moby Dick ci si rende conto che è complesso rimanere costantemente appassionati e coinvolti nella lettura. Al pari della vita quando c’è “calma piatta” continuiamo nella quiete della nostra navigazione e ci ritroviamo, nostro malgrado, ad attendere il grido:

“Laggiù soffia! Laggiù soffia! La gobba come un mucchio di neve! È Moby Dick!»

…quasi avessimo bisogno di uno scossone esterno a distrarci da quel torpore in cui siamo caduti.

Sì, la vita è il Pequod e il Pequod è la vita perché se ben governata ogni nave come ogni esistenza ci porta esattamente dove vogliamo andare.

Genesi Moby Dick

Per quanto al limite dell’immaginario possa essere l’avventura del capitano Achab della sua ciurma e della monomania per Moby Dick, la genesi di questa storia è riconducibile a due eventi realmente esistiti. Il primo l’affondamento nel 1820 della baleniera Essex di Nantucket che fondò a seguito di un urto con capodoglio. Il secondo evento fu l’uccisione intorno al 1830 del capodoglio albino Mocha Dick.

Fatti storici che hanno fatto intraprendere un lungo viaggio a Herman Melville nella sua stessa immaginazione al punto che ancora oggi, noi navighiamo quelle stesse acque in cerca della nostra personale balena bianca

La lotta tra bene e male e il puritanesimo di Melville

Differentemente da Nathaniel Hawthorne autore de La lettera scarlatta, Herman Melville era invece dichiaratamente puritano. Questo suo mentalità e appartenenza al movimento inglese sorto nel XVI secolo, farà sì che lo stesso Melville considererò il suo Moby Dick come un libro “del male”. La dicotomia tra bene e male, è ben esemplificata all’interno nel nel “personaggio” stesso di Moby Dick: pur essendo completamente bianca, questa è di fatto la più tremenda e devastante delle creature marine.

Già nei primi capitoli troviamo appunto questa riflessione sul significato del colore bianco sin dall’antichità dei tempi, che però contrasta all’interno di questa narrazione con la natura malevola della balena bianca. Ma il bene e il male non sono non vengono fatti emergere soltanto narrando di Moby Dick, ma anche affrontando quella che è la natura umana che costantemente è in bilico tra questi due poli diametralmente opposti.

Soprattutto quando si va a caccia di ciò che desideriamo di più al mondo.

Morale di Moby Dick (almeno la mia)

Da un libro così carico di episodi e dettagli non possiamo che trarre almeno due riflessioni significative.

La prima nasce dal termine con cui Melville definisce l’ossessione del capitano Achab per Moby Dick: la sua monomania. Credo che sia la prima volta che leggo in un libro questo termine, fatto sta che ciascun essere umano per sentirsi vivo e affrontare davvero qualunque viaggio e qualunque prova, deve necessariamente avere un obiettivo che sia davvero più grande di lui.

Solo così si avrà la forza e l’ingegno per superare i propri limiti e trovare soluzioni, anche dove apparentemente non ci sono.

La seconda riflessione è che se da un lato avere una “magnifica ossessione” è benefico perché appunto ci spinge oltre i nostri limiti, dall’altro se scegliamo un obiettivo che è davvero troppo distante e lo vogliamo in breve tempo, o meglio in un momento in cui al di là del nostro ardente desiderio, ancora non siamo pronti per “catturarlo”, rischiamo di confrontarci con la realtà di venire sopraffatti dalla vastità dell’oceano. O dalla forza della Balena Bianca di cui rischiamo di diventare prede.

Qual’è quindi la vera morale per il lettore moderno di Moby Dick, al di là delle dotte interpretazioni? Prestare attenzione affinché quelli che sono i nostri obiettivi non diventino la nostra stessa agonia e prigione. 

La parabola del capitano Achab, secondo la Spinelli, è anche la narrazione metaforica della cultura americana, il desiderio di «avere qualcosa di significativo da cercare e da dire nel mondo. È il desiderio cui viene dato il nome di eccezionalismo americano […] L’eccezionalismo può trasformarsi in dismisura come nel capitano Achab» (p. 45).

Info bibliografiche

Titolo originale: The Whale

Autore: Herman Melville

Prima pubblicazione: 18 ottobre 1851

La mia edizione: 2 aprile 2015

Editore italiano: Rizzoli

Collana: BUR Classici BUR Deluxe

Genere: Romanzo, Avventura

Numero di pagine: 703 p., ill. , Brossura

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Rock and Resilienza: come la musica insegna a stare al mondo

Rock and Resilienza: come la musica insegna a stare al mondo

Copertina del libro “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach del 1975

MUSICAAUTOBIOGRAFICO

Una radio “on the rocks” per riscoprire la resilienza della Musica

Iniziando a leggere Rock and resilienza, per la prima volta mi sono ritrovata a leggere le mie stesse emozioni nelle parole di Paola Maugeri. Mi sono commossa nell’intraprendere questo viaggio nel meraviglioso mondo del Rock e nella mia mente ho ringraziato sia l’autrice che la persona che nell’arco di poche ore mi ha donato delle esperienze in puro stile Rock che oramai sono parte di me come quella piccola radio che…

13 NOVEMBRE 2023 – TORINO

MUSICAAUTOBIOGRAFICO

Rock and resilienza di Paola Maugeri. Ecco la mia recensione 

Raccontare la musica e gli artisti che l’hanno resa grande, ecco il grande sogno che Paola Maugeri è riuscita a trasformare in realtà, e leggendo Rock and Resilienza veniamo trasportati immediatamente in realtà e connessioni che solo la musica sa creare e condividere con chi l’ascolta davvero.

E se finora abbiamo visto le più grandi rock star, che hanno creato e donato al mondo la loro arte attraverso la loro musica e il loro profondo sentire come dei semidei, ecco che grazie a Paola Maugeri impareremo a conoscere il loro lato profondamente umano.

Da sempre empatica e profondamente intenzionata a connettersi autenticamente con gli altri esseri umani, ci mostra il lato più autentico di alcuni dei grandi artisti che ha avuto l’onore e il privilegio di incontrare e dai quali ha ricevuto momenti di vita che, forse nemmeno lei, nei suoi più alti voli pindarici avrebbe mai potuto immaginare.

Chiedi e ti sarà dato si dice. Ecco, il rock ci insegna il coraggio di sentire prima ciò che desideriamo scavandoci dentro e tirando fuori la nostra vera essenza, fino ad infonderci quella carica che poi ci fa agire in reale direzione dei nostri sogni. Ecco allora che il sogno di sentire il boato della folla prima dell’inizio del concerto diventa realtà, una stella cadente che attraversa il cielo sulle note di una cover dei Beatles in una splendida serata, i dialoghi autentici con le icone del rock e il vivere immersa nella musica, sono solo alcuni esempi dei doni che la musica ha portato nella vita di Paola Maugeri, che in Rock and Resilienza sceglie di donarceli a sua volta.

Tornare ad un ascolto intenzionale della Musica

Ma per toccare con mano la più elevata forma d’arte che esista, la Musica quella con la M maiuscola, dobbiamo imparare ad apprezzarla nella sua purezza originaria. Quella purezza di tempo speso ad ascoltarla e sentirla davvero non solo con le orecchie, ma con tutto il nostro corpo. Un tempo in cui dichiarare: “Sto ascoltando la Musica”, è un privilegio formativo e curativo al quale tutti abbiamo accesso, anche se nella frenesia dell’ascolto esausto e onnipresente, ce ne siamo dimenticati.

Torniamo dunque ad un ascolto consapevole (perché no?! anche di noi stessi), e immergiamoci nel meraviglioso mondo del Rock dove la Musica ci insegna una delle più grandi doti che potremmo mai coltivare: la resilienza.

Il mio ascolto consapevole, che mi ha portata a leggere questo libro dopo tre anni da quando lo avevo acquistato usato online, è ri-cominciato a Bra.

Ecco la storia.

Quarta di copertina del libro Erotica di Ghiannis Ritsos

Radio Bra on the Rocks

Non ero mai stata in una radio, ma la vita, la Musica quella con la M maiuscola mi ci ha portato. È successo fugacemente, una sabato sera era il 16 Settembre del 2023. Ero a Bra, luogo in cui non avrei mai immaginato di arrivare, figurarsi collegare a questa piccola città piemontese così tanti ricordi.

Ma partiamo dall’inizio.

La radio: un piccolo gioiello nato dalla passione di persone che con la Musica ci sono cresciute, ci hanno vissuto e hanno legato ad alcune melodie momenti determinanti delle loro vite. Il risultato? Hanno lasciato che la Musica gli entrasse dentro così in profondità da non volerla più lasciare sentendone e seguendone il richiamo.

Un luogo in cui la Musica accoglie, cura e nella sua presenza costante conforta e ci fa diventare esseri umani migliori.

E così è stato anche a me, anche questa volta. La Musica mi ha chiamata nonostante fossi completamente ignara del dove mi avrebbe condotta. 

In fondo ero andata a Bra per tutt’altro motivo!

La Musica con la M maiuscola e il suo richiamo

La musica con la saggezza dei suoi testi e dei suoi protagonisti, così come per Paola Maugeri e probabilmente chiunque ama profondamente la Musica, da sempre mi ha insegnato a stare al mondo.

Una delle mie più grandi fortune nella vita, almeno dal punto di vista musicale, è l’essere cresciuta con un fratello nato nel 1975 che nella mia infanzia ha saputo colmare i nostri 14 anni di differenza con la musica, prima fra tutti quella rock.

Cresciuta praticamente da sola, la Musica era la mia compagna di giochi e crescendo, di vita. Fondamentalmente per chi la ama incondizionatamente, è quella “persona” che farà sempre parte della nostra vita, seconda solo a noi stessi. 

Una radio come tempio sacro

La Musica è maestra, compagna, amante, amica ed essenzialmente quel qualcosa che nel suo essere immateriale dona profonda consistenza a tutto, ammantando ogni momento della nostra vita di bellezza e consapevolezza profonda.

Io che la Musica la amo da sempre e sempre mi sono inginocchiata di fronte alla sua sacralità,  perché insieme ai libri, alla natura e all’amore è una delle mie uniche “divinità”. 

Avevo comprato questa copia autografata l’11 Novembre 2020, e nel mio impacchettare e spacchettare la mia vita tra uno scatolone e l’altro anche certi libri sono finiti in fondo ad una lunga lista di “fila da riprendere”.

Non pensavo sarei mai entrata in una radio eppure è successo, e non una radio qualsiasi, ma una che respira le “pietre” (rocks) miliari della Rock Music Culture 24 ore su 24, 7 giorni su 7. E come poteva accadere che riprendessi le fila del Rock se non grazie al Rock stesso?

Che dono per me anche solo varcare la soglia di un tempio sacro come lo è La Radio!

Il mio sogno di ragazzina di fare la speaker mi ha strappato un tenero sorriso che nella frenesia di quella serata è durato, almeno esternamente, solo un istante. In fondo c’era una festa con musica live al di là della porta, dove le emozioni avrebbero avuto modo di “impadronirsi” dei presenti, compresa ovviamente io.

Come sempre nella gioia immensa, anche lacrime di gioia hanno trovato il loro spazio.

Crescere con la Musica

Sono cresciuta in una casa dove le casse di mio fratello erano realmente più alte di me. E io che prima esploravo il suono ascoltando come cambiava avvicinando l’orecchio tra i coni alti, medi e bassi di quel capolavoro sonoro che erano quelle mastodontiche casse, e poi mi sdraiavo a terra per sentire la differenza del suono che si diffondeva attraverso il pavimento nelle mie orecchie, ancora oggi quando incontro chi ama la Musica come la amo io mi lascio sorprendere.

A Bra mi sono sorpresa di trovare così tante persone, raccolte in un unico luogo, in un unico momento ad amare la Musica come la amo io.

Da bambina alzavo il volume così alto che vibrava tutta casa e il vicino del piano di sotto, veniva sempre a suonarmi per dirmi di abbassare. Spesso non sentivo nemmeno il suono del campanello e me lo ritrovavo proprio alla porta. 

All’epoca quelli erano i miei concerti privati.

Il potere taumaturgico della Musica

La vita proprio come la Musica ha la splendida capacità di creare connessioni catapultandoci in nuove realtà e dimensioni, come quando siamo ad un concerto e l’energia di migliaia di persone ci invade e noi glielo lasciamo fare.

Quanti concerti ha visto Paola Maugeri e da che posizione privilegiata le note hanno attraversato le sue orecchie e il suo corpo. Sì, decisamente un gran bel mestiere le ha donato la vita (come lei stessa afferma in Rock and Resilienza).

Paola Maugeri è una donna che ha coltivato la sua passione rendendola una professione. Raccontare la Musica e avere l’occasione preziosa di parlare con le più grandi rock star del mondo con la delicatezza e l’umanità che la contraddistinguono e che hanno fatto si che ogni grande artista, anche nello spazio di una intervista si aprisse a lei mostrando che tolti i riflettori restano i valori umani, e che dietro all’artista c’è sempre un uomo o una donna di grandissimo spessore e saggezza.

Così a mio modo la consistenza della Musica, esplorata in una nuova forma in quel sabato notte ha fatto si che qualche sera dopo, era il 21 Settembre 2023 (data per altro con un suo precipuo significato come venni a scoprire all’indomani), mi sono avvicinata alla mia libreria bianca, l’ho aperta, ho preso questo libro.

La sensazione è stata la stessa di quel sabato sera, oramai domenica mattina in quel limite tra la notte e il giorno, in cui ho toccato di nuovo un giradischi in quella piccola città piemontese, un po’ come quando senti il richiamo della notte, per citare Kavinsky, e puoi solo rispondere!

Iniziando a leggere Rock and resilienza, per la prima volta mi sono ritrovata a leggere le mie stesse emozioni nelle parole di Paola Maugeri. Mi sono commossa e nella mia mente l’ho ringraziata e nella realtà ho ringraziato la persona che mi aveva donato tutto questo nell’arco di poche ore.

Ancora grazie!

Grazie a entrambi.

Una vita da rockstar

La Musica è il fine, la fama è il mezzo. Un mezzo atto a divulgare messaggi che cambieranno la vita di molti.

Parole che sono poesia oltre che suono magnifico che chiariscono e danno forma alle nostre emozioni più profonde. Questo è Musica e abbiamo il dovere sociale di promuoverne l’ascolto attivo e qualitativo.

L’unico modo per “possedere” la Musica è lasciare che diventi parte di noi. Acquistare un vinile e toccarlo amplifica la nostra connessione e ci dona il privilegio di essere parte, ma è una foto che guardi e riguardi, tocchi e ritocchi memorizzandone ogni sfumatura, ma la differenza la fa essere parte attiva di questa forma d’arte portando Musica nella nostra vita e imparando da essa, permettendole al bisogno anche di curarci e di darci quella forza d’animo che a volte dimentichiamo di avere.

Uno straordinario viaggio autobiografico di come la Musica sia stata ingrediente fondamentale nella vita di Paola Maugeri e l’abbia resa a sua volta portavoce straordinaria e profondamente umana.

Già l’umanità! Perché vivere rock significa essere totalmente fedeli a noi stessi e arricchirci l’un l’altro anche grazie al grande messaggio che è insito nella Musica: la resilienza.

So be rock!

Info bibliografiche

Titolo originale: Rock and resilienza

Autore: Paola Maugeri

Prima pubblicazione: Novembre 2017

La mia edizione: I edizione – Novembre 2017

Editore italiano: Mondadori

Collana: –

Genere: musicaautobiografico

Numero di pagine: 108

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Mission impossible: diventare amica della sfiga che t’accompagna da sempre. Ma si può!

Mission impossible: diventare amica della sfiga che t’accompagna da sempre. Ma si può!

ROMANZOBIOGRAFICOGROWTH, MIND & BODY, SELF HELP

Mission impossible: diventare amica della sfiga che t’accompagna da sempre. Ma si può!

Che cosa fai quando la sfiga è quell’amica maligna che prova piacere quando ti va tutto male?! E che cosa fai quando all’ennesimo round finisci faccia a terra e non hai più nemmeno un briciolo di forza? Giochi d’astuzia, cambia strategia e ti liberi di tutti quelle parti di te che sono sempre state per la sfiga un epico trampolino di lancio.

Ma stavolta sul podio tocca a te salire, perché mentre la sfiga in tutti questi anni è stata pigra tu ti sei reinventata talmente tante volte che finalmente stavolta hai trovato la tua dimensione sia come donna che come imprenditrice.

20 OTTOBRE 2023 – TORINO

ROMANZOBIOGRAFICOGROWTH, MIND & BODY, SELF HELP

É stata sfiga a prima vista di Federica Micoli. Ecco la mia recensione.

 

Ad un certo punto della propria vita bisogna guardarsi in faccia, ammetterlo prima nella testa e poi dichiararlo ad alta voce: “Ciao il mio nome è ……..e mi attiro la sfiga!”.

Si perché la sfiga quella vera non è quella che ti prende solo in giro, ma è quella che ti fa male davvero! E non si accontenta di romperti una o due volta, ma si esprime al meglio quando ogni volta che ti rialzi, perché in qualche modo sei riuscita a rimettere a posto tutti i pezzi (che si noti ogni volta diventano sempre più piccoli! – ovviamente altrimenti che “divertimento” c’è?!), lei arriva e trova un nuovo modo per demolirti…solo che ogni volta rompe parti più profonde e vitali di te!

Per capirsi, si parte dal romperti una gamba, al farti rinunciare a tutto per un lavoro che poi in un click ti cancella, al farti sentire uno schifo vero sia come persona, professionista (e che ce lo facciamo mancare?!)…come donna, fino a toglierti quel fondamentale pilastro che essendo “fuori di te” era apparentemente immune alla sfiga. E invece no! 

“Quando sai che non puoi sfuggire alla tua sofferenza devi sperimentarla e devi lasciarti mangiare dalla tigre, perché non puoi scappare da essa. Una volta che la tigre ti ha divorato, non resta più alcuna paura. Rimane solo la tigre.”

 ANETTE CARLSTROM

Una sfiga tira l’altra

La sfiga ti costringe a cambiare piani, ti costringe a migliorarti perché devi, altrimenti finisci a vegetare in pigiama per il resto dei tuoi giorni con pizza, gelato e la combo film e serie tv che non stanno al passo del tuo “binge watching” nonostante tu abbia sottoscritto qualsiasi abbonamento “streaming” possibile.

E quando non c’è più assolutamente nulla da guardare (e meno male) che fai?! Ti guardi dentro, probabilmente butti direttamente quel pigiama che oramai hai logorato a forza di viverci dentro, e decidi di dare una nuova forma alla tua vita.

Sì, di nuovo!

Meglio puntare sulla flessibilità, sapersi reinventare, scavare dentro di sé alla ricerca di nuovi talenti, coltivare piani B e farsi trovare pronti quando è il momento di cambiare.

Lottare contro la sfiga sfianca seriamente…

Ti reinventi con tanta di quella fatica, che a malapena hai la forza di godertela un po’ quella versione di te, e sei felice per un po’ finché, la palla da bowling rotola di nuovo e fa crollare tutti i birilli che a fatica avevi risollevato.

Capita una volta, poi un’altra e tutte le volte ti rialzi e sei diventata quasi brava al punto da istigare l’ “ira” della sfiga, che stavolta ti inchioda al pavimento senza la minima possibilità di rialzarti.

In quel momento […] la forza non ce l’avevo.

Più tu cresci, più la sfiga cresce con te. Ed ecco che impara a infliggerti delle vere e proprie batoste, perché “hey, se sei così forte fammi vedere come ti rialzi anche stavolta!”

Quarta di copertina del libro Erotica di Ghiannis Ritsos

Quando conosci il tuo nemico…hai più possibilità di vincere.

Diciamo che “forse” Sun Tzu ci è arrivato prima di noi, appena qualche secolo fa, ma la guerra è un’arte e quando siamo a terra e il guanto di sfida ci viene lanciato, a sbeffeggiarci ulteriormente perché non bastava averci ridotto ad un colabrodo emotivo ed energetico, ecco che il caro e vecchio istinto di sopravvivenza, decide di darci una mano. Certo negli ultimi anni probabilmente era in vacanza su una spiaggia tropicale e prima ancora in ritiro spirituale neanche fosse il Greuille di Süskind nel suo capolavoro Il profumo, ma adesso è tornato ed è in splendida forma.

Quindi sì a conti fatti abbiamo appurato che: 1) la sfiga ce la attiriamo come i polmoni fanno con l’ossigeno, 2) che siamo ridotte piuttosto male ma anche che 3) esiste un positivo, e non uno soltanto, dono collaterale.

Il primo dono collaterale a farci timidamente ciao è la consapevolezza che mentre “noi” in tutti questi anni abbiamo sempre imparato a risollevarci in mille modi diversi, che Edward de Bono e il suo Pensiero laterale sarebbero più che orgogliosi di noi, la sfiga se l’è pressa comoda e ha sempre e solo seguito uno stesso schema. Quindi ora che abbiamo (l’ennesimo) punto di vista alternativo, ci rendiamo “magicamente” conto che noi la sfiga la conosciamo bene, così bene da renderci conto che ha un solo e unico subdolo modo di agire per sabotarci ogni volta!

Ci fa sentire in colpa dei nostri successi, immeritevoli di provare gioia e quasi obbligate a distruggere quello che di bello con tanta fatica abbiamo costruito e portato nella nostra vita.

Ma come già detto se lei agisce sempre con questi “miseri trucchetti” che altro che sindrome dell’impostore, noi invece siamo dotate di pensiero laterale e spogliate di tutto ciò di cui potevamo essere spogliate, rimaniamo solo noi. Noi e i nostri bei buchi da rattoppare ovviamente, e così facciamo: li rattoppiamo uno dopo l’altro.

Ho cominciato un grosso lavoro su me stessa […] liberarmi dal senso di colpa

Ma stavolta lo facciamo con l’intenzione di vincerla questa guerra, sì anche dopo aver perso tutte le battaglie.

Guardiamo la nostra essenza, perché a conti fatti quella solo ci è rimasta, e decidiamo con consapevolezza e intenzione i panni con cui vogliamo vestirci d’ora in avanti!

Ognuna può e deve inventarsi il percorso che preferisce

Certo è un percorso eh, non è che arriva tutto subito e facilmente, però passo dopo passo ci rendiamo conto che anche se abbiamo una veste completamente inaspettata, è esattamente quella che meglio ci permette di essere completamente noi stesse.

Doni collaterali

Personalmente mi ha sempre infastidita la frase “non tutti i mali vengono per nuocere”, non per il significato in sé che è del tutto vero, ma perché spesso è una frase che si pronuncia con leggerezza. Ancor più di frequente proprio da persone che la sfiga vera, quella che ti mette faccia a terra proprio dentro una pozzanghera di fango vero da far invidia a qualsiasi anticellulite “cruelty free”, non l’hanno mai vista.

Ma noi tra queste righe, e nella nostra vita vera, quella dove ci siamo rialzate ogni singola volta possiamo dirlo davvero:

É stata proprio la sfiga a temprarmi, a darmi una marcia in più.

Ora mi rendo conto che ammettere questo, scatena una rivolta tra tutte le “mille me” che albergano in ciascuna di noi, perché sono tutte d’accordo (anche questa volta), sul fatto che: “Ma non c’era un modo più soft di guadagnarsi questa benedetta marcia in più?! Noh?! Vabbè.”

Ed ecco che proprio ingranando questa marcia in più ci ritroviamo a salire dritte dritte su quella montagna e a raggiungere proprio quel luogo, dove le lacrime diventano elisir che rattoppano i nostri buchi. Eh si, non siamo più un colabrodo! Eh sì, abbiamo delle belle cicatrici, ma finalmente tutti i nostri buchi si sono richiusi e possiamo accogliere completamente l’abbondanza della vita.

Quando hai vissuto per tanto tempo al buio, ogni goccia d i luce è un dono e una conquista

In tutto ciò noi, che siamo smart più dei nostri smartphone, grazie ai quali però abbiamo costruito la nostra carriera o almeno ci siamo date una mossa perché come dice Veronica BeniniLa vita inizia dove finisce il divano“, finalmente siamo libere dal senso di colpa e  avanziamo nella nostra vita con una leggerezza e determinazione che non avremmo mai nemmeno immaginato.

Bel dono collaterale noh?!

Ho riassaporato una leggerezza che non provavo da tempo. Sentivo che finalmente la vita mi stava risarcendo almeno in parte per il dolore che avevo sopportato  negli ultimi anni.

Sinossi

Il primo incontro tra Federica e la sfiga avviene sette anni, quando si procura un trauma cranico tentando di fare la verticale su una palla. “Ogni intoppo amento è giovamento” commenta serafica la madre, già preparata al futuro di acrobazie malriuscite, cadute rovinose e corse in ospedale che l’aspetta. Forte di tanta saggezza, Federica impara presto il trucco: non perdere tempo a compiangersi e riparte subito di slancio (fino alla frattura successiva). Un ottimo allenamento che le servirà in età adulta, quando la sfiga assume forme assai più serie: una relazione tossica, un capo maschilista deciso a farle la guerra, una malattia che la costringe a rimettere tutto in discussione. Il suo atteggiamento non cambia: sicura le ferite e torno a combattere più forte di prima. Perché, ne è convinta, ogni sfiga può insegnarti qualcosa, indicarti una nuova strada e addirittura offrirti doni inaspettati. Basta ribaltare la prospettiva e saperli cogliere. Anche quando la sfiga picchia duro, quando ti affonda con il lutto più doloroso o ti toglie la possibilità di essere madre, c’è modo di rialzarsi. Il percorso più lungo, ma primo poi arriva una luce, un segnale, un sorriso cui aggrapparsi per rimettersi in piedi. E se c’è una cosa che Federica imparato-anche grazie la sfiga-e riconoscere e tenersi stretto ogni sprazzo di felicità.

Info bibliografiche

Titolo originale: É stata sfiga a prima vista (italiano)

Titolo: É stata sfiga a prima vista

Autore: Federica Micoli

Prima edizione: 2020

Prima edizione italiana: Ottobre 2020

La mia edizione: I edizione – Ottobre 2020

Editore italiano: Sonzogno

Collana: –

Genere: Biografico

Numero di pagine: 150

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E se l’amore occasionale acquisisse un nuovo concetto e fosse proprio Amore?

E se l’amore occasionale acquisisse un nuovo concetto e fosse proprio Amore?

Copertina del libro “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach del 1975

POESIE

E se l’amore occasionale acquisisse un nuovo concetto e fosse proprio Amore?

“Io non so che cosa sia l’amore. So cosa sono le intimità provvisorie. Non pensate a godimenti fuggitivi, a divagazioni non matrimoniali. […] Ogni incontro bello, ogni intimità attinge un giacimento mitico e poetico del quale dobbiamo smettere di aver paura. L’amore è una dimensione intimamente locale, si svolge sempre in un luogo ed è inedito ogni suo gesto. Il luogo dell’amore è il corpo […] per un’ora o per mezzo secoloRiconoscere questa specificità dell’amore è la forma di resistenza alla globalizzazione delle emozioni, alla dispersione dell’intensità. Il corpo amoroso ci richiama alla vita da vicino, al suo sapore locale, preciso.”

19 OTTOBRE 2023 – TORINO

POESIE

L’infinito senza farci caso di Franco Arminio. Ecco la mia recensione.

Questo è il libro souvenir che ho comprato a Bra, la prima volta che ci sono stata in occasione del Cheese Festival 2023.

Come sempre le mie vicende personali e i miei “incontri letterari” si intrecciano ed ogni volta è sempre sorprendente, come se fosse la prima volta che mi capita, che poi a conti fatti è proprio così, perché oltre al libro in questione che varia di volta in volta, anche tutto ciò che vi si lega cambia.

Love is noise love is pain…

…così cantavano i The Verve nel 2008 nel loro celebre brano.

Una dolcezza vera

non è mai cordiale.

Una dolcezza vera

ti fa male.

[4 di copertina]

Allo stesso modo Franco Arminio in questi quattro semplici versi, che poi sono – insieme alla sinossi – il motivo per cui ho comprato proprio questo libro, ci insegna che la vita è sempre duale e che non ci è permesso di prendere solo il bene, ne’ tantomeno di meritare solo il male.

Sono due lati della medaglia ed è semplicemente un nostro dovere accoglierli entrambi con la stessa dolcezza d’animo con cui accoglieremmo il bene. 

Tra le pagine di L’infinito senza farci caso, Franco Arminio ci dà una visione decisamente più veritiera dell’amore, non fredda e cinica, anzi calda e avvolgente, tuttavia slegata dai pesi che solitamente appesantiscono ad una relazione amorosa.

Arminio ci rende palese l’oggettività del fatto che ad oggi le relazioni, seppur con una temporalità diversa rispetto a quella “socialmente corretta”, hanno comunque la capacità di portare Amore nelle nostre vite. Ma non un amore di contrabbando, arido e sterile! Piuttosto un amore che nella consapevolezza del suo essere limitato nel tempo, fosse questo tempo equivalente a 50 anni e più di vita condivisa o a 5 ore, si sceglie di viverlo appagandosene al meglio delle proprie possibilità e capacità, affinché il limite e il rimpianto non appartengano all’amore che si condivide.

Intimità provvisorie

Così Franco Arminio chiama questi amori in L’infinito senza farci caso: intimità provvisorie.

E se da un lato il nome esprime una fugacità, mi chiedo e ti chiedo, cosa impedisce a queste unioni di durare?

Siamo palesemente davanti ad una standardizzazione delle emozioni, perché quelle complesse e appaganti richiedono tempo, e il tempo sembra esserci contro. Anche se è invece vero, che siamo noi a saturarlo di emozioni sintetiche e task lavorative e private sempre più fagocitanti!

Nella costante ricerca della regola universale per qualsiasi cosa, ci siamo forse dimenticati che l’Amore unisce due “soli” individui?

E perché questi due esseri umano non possono prendersi del tempo, per trovare un loro singolare ritmo che gli consenta di rimuovere la parola provvisorio mantenendo invece quella di intimità?!

Un ritmo singolare e la sua dualità

Mi torna alla mente che anni fa ascoltavo una storia di uno Chef e della sua compagna. Non si erano uniti in matrimonio per scelta. Lui sempre in giro per lavoro e lei sempre a casa ad occuparsi di tutto, ristorante compreso, quando lui era via.

Due vite apparentemente inconciliabili, eppure fu proprio la dichiarazione di Lei a sorprendermi, perché disse qualcosa che ricordo così: “Grandi assenze e grandi presenze, questo è il segreto del nostro amore”.

E non è forse un buon modo di amare questo? Non lo è forse ancora di più al giorno d’oggi?

Io trovo che sia buon modo per perpetuare la bellezza di un amore condiviso che non si basa su una presenza fisica, che comunque è presente nel giusto ritmo e nella giusta dose, ma che affonda le sue più sane radici in una connessione emotiva, fatta di un futuro che sempre comprende entrambi.

Un ritmo il loro che è singolare tanto nel suo essere “alternativo”, tanto nel suo non avere la pretesa di funzionare per altri se non “esclusivamente” per questi due esseri umani.

Certo le distanze sono complesse da superare, ma se in questo tempo ci si desse la possibilità di crescere come individui al di là della coppia?

Non sarebbe questo stesso un grande dono che si porta nella coppia stessa, che poi nella presenza fisica può appagarsi di due individui solidi e che nella loro consistenza di singoli comunque si scelgono?

Il connubio: assenza e presenza di fatto rappresenta una dualità e non sono forse proprio le dualità, che ci fanno scegliere consapevolmente l’altr*, perché appunto siamo disposti ad accogliere entrambi i lati della medaglia con pari amore?

L’accoglienza del passato per seminare il futuro

Il tuo corpo è un campo minato:

nasconde gli amori, i pericoli passati.

Il ventre piatto non m’illude:

dovrei essere un artificiere

per arrivare incolume al piacere

[pag 25]

E se l’accoglienza della dualità significasse ulteriormente, avere la capacità di saper vivere ancor più pienamente il presente, vedendolo come un prodotto di un passato, solo in parte condiviso, ed un futuro che esiste proprio in funzione dello scegliersi reciprocamente e quotidianamente?

Certo potrebbe non esserci un “formale contratto” a suggellare l’impegno, eppure ci sarebbe qualcosa di più importante: la scelta consapevole e quotidiana, generata dall’accoglienza totale dell’altro e di noi stessi.

A quel punto sapremo accettare di abbandonare la pretesa di possedere eternamente un’altra persona come un dato di fatto, e invece impegnarsi affinché questo eterno si concretizzi giorno dopo giorno.

In fondo non ha mai senso trattenere a noi ciò e chi non vuole appartenerci, poiché semplicemente sarebbe un martirio auto inflitto che logora ancora di più ciò che è sofferente a causa dell’abbandono.

Chi ci dice addio

sparisce dietro le montagne.

E a poco serve alzarci

in piedi sul nostro cuore

per vederlo ancora.

[pag 76]

Piuttosto accogliamoci reciprocamente e amiamoci nella nostra essenza duale e sempre poliedrica, riscoprendo delicatezze sopite.

Quarta di copertina del libro Erotica di Ghiannis Ritsos

L’amore e le sue occasioni

Ci hanno insegnato, che l’amore “giusto” è quello che ha la pretesa di superare l’ “eternità caduca della vita dei nostri corpi. Ci hanno insegnato che fai la fatica all’inizio e tanto basta per il futuro. Io invece credo che questo risultato sia possibile, solo quando si è entrambi disposti a costruirlo dandogli concretezza in ogni giorno della propria vita condivisa, accogliendo le peculiarità della vita dell’altro come occasione per costruire una vita condivisa unica e meravigliosa.

Invece noi cosa facciamo?! Sovraccarichiamo l’amore di oneri che non gli appartengono, con il risultato che i nostri corpi continuano la loro vita e l’amore, che nella sua solidità e stabilità sempre merita di poter essere leggero, ci abbandona.

Così in bilico tra il tuffarsi in un nuovo amore, sperando che “stavolta” sia quello “giusto” e l’idea di abbandonarlo per sempre (perché capita a tutti che con il finire di un amore anche un pezzetto di cervello decida di abbandonarci, almeno per un po’), iniziamo a fare pensieri assurdi come: “io non amerò più”, “l’amore non fa per me”, “non sono capace di amare”, “con l’amore io basta!”.

Ecco che si è fatto largo un amore vuoto: l’amore occasionale, quello che non lascia nulla se non, nel migliore dei casi, un tiepido appagamento della carne. Insomma finiamo con il rinunciare all’amore, anzi all’Amore, perché ci ostiniamo – nonostante le batoste – a voler delegare a questo sentimento il compito di toglierci di dosso i nostri pesi.

E se ci amassimo davvero? E se anche per una sola notte ci amassimo davvero, cosa ci sarebbe di male?

E soprattutto cosa sminuirebbe l’intensità di ciò che si è provato e condiviso? Non di certo il tempo! Poiché la dimensione temporale, ha l’unico ruolo di mettere ancora più “fame” non di certo quello di sminuire l’intensità di un incontro.

In fondo è nella nostra stessa natura di esseri umani amare profondamente anche nel semplice lasso di tempo di un’occasione fortuita, con una persona incontrata per caso, e con la quale si sceglie di unirsi indipendentemente dal tempo, in un Amore completo perché totalmente sazio di emozioni e carnalità.

Penso che sia una delle forme di amore più puro quella in cui corpo ed emozioni si uniscono, prive di qualsiasi peso ulteriore legato al passato o al futuro.

“In questo momento semplicemente io e te esistiamo.

In questo luogo io e te ci amiamo.”

Ci amiamo si, anche se siamo due perfetti sconosciuti che non sanno nulla dell’altr*, ma che non solo accolgono questo momento senza paure o comunque affrontandole, ma ancora di più, è questo un incontro che lascia ad entrambi qualcosa di sorprendentemente inatteso: la consapevolezza di essersi arricchiti reciprocamente come esseri umani.

Ma non è che dal sesso

ci ricavi molti

se non hai il corpo

che sa farsi da parte

e diventare altro.

Chi ti abbraccia

deve sentire l’aria del primo mattino,

deve avere

gli alberi di Aprile

dentro gli occhi,

il grano di Giugno

sulla schiena.

Povera cosa il sesso

senza un buon uso

delle stelle, senza avere

confidenza con la morte.

[pag 76]

Amore a primo incontro

Che male c’è, mi chiedo? Che male c’è ad amarsi subito e completamente?

A vedere subito un proseguo e al contempo accogliere anche la possibilità che questo non ci sarà forse mai?

Non ci vuole poi molto a riconoscersi e ad iniziare ad appartenere all’altro.

Imbavagliato,

a testa china,

io sono l’ostaggio

mentre lei cammina

[pag 90]

Ed è proprio quando tutto è così chiaro e condiviso, che non sentiamo la frenesia del tutto e subito, che non forziamo nulla ma semplicemente accogliamo il benefico flusso. Ci hanno insegnato che l’amore “brucia” ma l’Amore è acqua non è fuoco, perché ci culla, guida, è sia quieto che impetuoso, coltiva, nutre e ancor più significativo, continua a fluire costantemente e permette di portare anche i fardelli più pesanti con leggerezza, non perché glielo imponiamo ma perché è nella sua natura rendere leggera ogni cosa.

Sembra contraddittorio rispetto a quanto detto prima eppure è così, dobbiamo dare all’amore la possibilità di alleggerirci ma non possiamo imporglielo.

A pensarci è un cambio totale che ribalta completamente tutto ciò in cui abbiamo sempre creduto sull’amore.

Lo faremo lentamente,

con intervalli profondi.

Ti porterò l’intero fiume

coi suoi tronchi.

[pag 25]

La variabile del tempo

Franco Arminio rivaluta quindi quello che è l’amore liberato dalle corde temporali, non perché condanni le unioni longeve, anzi queste sue riflessioni ci aiutino a coglierne ancora di più la rara bellezza. Semplicemente accoglie l’empiricità del fatto che di Amore ne esistono anche altre forme alle quali la società da un lato non ci ha abituati, dall’altro ha condannato come scariche a livello valoriale, applicando su queste una lettera scarlatta semplicemente perché nella frenesia della catalogazione di massa, come si possono contemplare tutte le forme di puro Amore che possono nascere fra due esseri umani?

Ho riflettuto a fondo su questo. Un po’ perché ne ho avuto il tempo nei miei primi due giorni braidesi, un po’ perché in questa esplorazione mentale sono stata aiutata da quelle che sono state le evoluzioni inattese che, nell’arco di poche ore, mi hanno donato tanta vita.

Così sono giunta a questa conclusione, che non ha la pretesa – anche in questo caso – di essere eterna, semplicemente di essere la più pura e semplice verità a cui ad oggi sono giunta.

L’amore è amore, che lo si condivida per una vita intera oppure per il tempo di una notte. E puoi essere cert* che è stato Amore quando ti accorgi che ha lasciato qualcosa di buono in entrambi, perché lo si è autenticamente condiviso.

Non è più amore quello che dura dieci anni, rispetto a quello che dura una manciata di ore. Semplicemente nel primo ci si da reciprocamente la possibilità di esplorarne tutte le sfaccettature, avendo il coraggio anche di accogliere quelle che potenzialmente non ci piaceranno, perché troppo è il desiderio di avere quelle che invece desideriamo come l’aria.

Nel secondo caso uno dei due, decide che seppur riconoscendo la forza e la bellezza di quell’incontro, non è dispost* ad accogliere entrambi i lati della medaglia. 

Che gran peccato penso io, quando capita questo.

Eppure sarebbe stato ancora più uno spreco, negarsi anche il breve tempo che ci ha uniti.

Invidio

chi c’è nella tua stanza

e può ascoltare la tua voce:

una tazza, una matita,

una pianta.

[pag 30]

Accogliere il dominio e la sottomissione dell’amore

Una cosa è certa: l’amore richiede cuori impavidi, cuori da leone che come cavalieri devoti, si sottomettono (e qui prendo in prestito un’immagine di Carroll) alla loro Regina di cuori.

Sottomettersi all’altro reciprocamente, ancor più se avviene in contemporanea, è una delle esperienze più mistiche che io abbia sperimentato e che in generale ciascuno di noi potrà sperimentare nella sua vita.

Amore è unione, e unione è pura preghiera ma non in termini religiosi, piuttosto spirituali. Due corpi, due menti e tutte le emozioni che ne derivano, induco entrambi ad affidarsi completamente all’altro, con una fiducia che semplicemente si accoglie come tale, senza interrogarsi sul perché in maniera così naturale, accogliamo l’altro e ci lasciamo accogliere da esso.

Darsi a qualcuno è possibile

solo se sappiamo che l’amore

è una preghiera.

[pag 76]

Rimanendo sul puro piano emotivo, lasciarsi dominare significa avere profonda consapevolezza che l’altr* pur essendo nella condizione di ferirci sceglie e sempre sceglierà di farci del bene, perché accoglie il suo “nuovo” ruolo: colui/colei che trova appagamento nel prendersi cura di noi, così come noi vogliamo fare lo stesso a nostra volta, continuando nel mentre a far crescere le nostre singolarità di individui in armonia con l’altro.

Non è anche questa capacità di accogliere la dualità che si crea in un incontro fra due persone.

Prendendo in prestito il titolo stesso di questa raccolta di poesie d’amore, affermo che quando ci succede, tocchiamo l’infinito senza farci caso.

Non l’amore che ferisce ma la sua assenza

Insomma a conti fatti c’è effettivamente la possibilità di farsi del male ad un certo punto, ma è questo un motivo sufficiente per rinunciare anche alla bellezza di un Amore pienamente vissuto?

Penso di no, nonostante tutte le ferite ricevute, penso che si debba continuare ad accogliere l’Amore.

É certo che l’amore nella sua assenza, sia ciò che più di ogni altra cosa è in grado di romperci. Ma è proprio quando c’è stato tanto amore, che questo ha la capacità di farci brillare – se gliene diamo l’occasione – anche dopo il suo averci lasciati, perché per sua definizione l’Amore lascia qualcosa di bello e tutto illumina.

Se mi ferisci

mi dai

ciò che mi aspetto

dalla vita,

io sono cresciuto

in braccio

a una ferita.

Spezzami in due,

il buono

è la luce che nasce

quando ci spacchiamo.

[pag 42]

Accogliere l’amore

Tutto parte sempre da un incontro casuale, un incontro qualsiasi, inaspettato, imprevisto, completamente fuori da qualsiasi previsione in quel determinato luogo e in quello specifico momento. Eppure capita! Capita che due persone si incontrino, capita che si diano reciprocamente la possibilità di amarsi e capita che abbiano la capacità di costruirsi un bel pezzo di vita insieme e di rimanere pienamente se stessi. Quindi ad esempio una casa rimarrà una casa, come anche un campo aratro resterà tale, parimenti un pozzo e una fontana, eppure nell’unione con l’altro ciascuno di loro troverà l’ “uso” migliore delle proprie singole qualità, nell’unione con l’altr*.

L’amore è quando due persone

fanno una contrada.

Una è casa e l’altro è campo arato,

uno è pozzo e l’altra fontana,

una è la finestra e l’altro cane

che attraversa la strada.

[pag 110]

E come può esserci paura nell’essere la migliore versione di se stessi, anche, grazie a quella persona che sin dal primo incontro ci ha mostrato, nella naturalezza della non intenzione, tutto questo?

Semplicemente ama quindi, ampliando il concetto di “occasionale” che la società ci ha imposto, perché in realtà occasionale significa sia cogliere l’ “occasione”, sia crearne di nuove per essere autenticamente felici, condividendo la propria vita, trovando il proprio ritmo fatto di perfetto equilibrio tra distanze e presenze.

Sinossi

“Io non so che cosa sia l’amore. So cosa sono le intimità provvisorie. Non pensate a godimenti fuggitivi, a divagazioni non matrimoniali. Solo una visione vecchia di noi stessi e degli altri ci può far pensare all’amore come una cosa che prima non c’è e poi scompare e poi finisce. A me sembra che ci sono parti di noi che sono sempre in amore e altre che sono in fuga, sepolte e irraggiungibili. Ogni incontro bello, ogni intimità attinge un giacimento mitico e poetico del quale dobbiamo smettere di aver paura. L’amore è una dimensione intimamente locale, si svolge sempre in un luogo ed è inedito ogni suo gesto. Il luogo dell’amore è il corpo. Corpo che diventa foglia, albero, paesaggio. Corpo che fa ombra e fa luce, corpo assoluto e cordiale, per un’ora o per mezzo secolo. Riconoscere questa specificità dell’amore è la forma di resistenza alla globalizzazione delle emozioni, alla dispersione dell’intensità. Il corpo amoroso ci richiama alla vita da vicino, al suo sapore locale, preciso.”

Le poesie di Franco Erminio sono il resoconto quieto e febbrile di un cammino umanissimo e pure percorso dall’anelito a qualcosa di più grande. La parola poetica diventa rivelazione di una scintilla divina tra le nostre mani e canta un amore che forse non ci salva, ma senza il quale saremo soli in balia del tempo che scorre.

Info bibliografiche

Titolo originale: L’infinito senza farci caso (italiano)

Autore: Franco Arminio

Prima pubblicazione: Ottobre 2019

Prima pubblicazione in Italia: Ottobre 2019

La mia edizione: I edizione Ottobre 2019

Editore italiano: Giunti – Bompiani

Collana: –

Genere: Poesie

Numero di pagine: 122

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Sotto lo stesso cielo di Cristian Bergi. Ecco la mia recensione.

 

 

Quarta di copertina del libro Erotica di Ghiannis Ritsos

Info bibliografiche

Titolo originale: Sotto lo stesso cielo (italiano)

Autore: Cristian Bergi

Prima pubblicazione: 2009

Prima pubblicazione in Italia: 2009

La mia edizione: I edizione 2009

Editore italiano: Fermento

Collana: –

Genere: Romanzo

Numero di pagine: 295

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