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Abbecedario – Gillo Dorfles

Abbecedario – Gillo Dorfles

RAGAZZI

Gillo Dorfles e l’arte come strumento pedagogico

42 disegni che danno vita alle lettere dell’alfabeto e ai numeri. Nell’ Abbecedario di Gillo Dorfles l’arte e il disegno diventano strumenti pedagogici per eccellenza.

Da emulare alla prima occasione.

9 DICEMBRE 2022

RAGAZZI

Abbecedario di Gillo Dorfles

Una raccolta di 42 disegni realizzati dallo stesso Gillo Dorfles per i suoi due nipoti Piero e Giorgetta, all’epoca in cui stavano ancora imparando a leggere e scrivere. In occasione dell’uscita dell’abbecedario di Gillo Dorfles è stata realizzata a Milano una mostra in cui sono stati esposti questi disegni che realizzati su carta carbone hanno rivisto la luce dopo essere stati chiusi in una cartellina per 70 anni.

Le lettere dell’alfabeto e i numeri si fanno  grande gioco di scoperta e fantasia nelle mani del maestro del pensiero estetico.

Educare con l’arte

Così si apre la prefazione scritta da Piero e Giorgetta Dorfles nel Marzo del 2021. I due nipoti del celebre l’artista e critico d’arte da cui hanno avuto il privilegio di essere accompagnati nella loro crescita culturale, rimarcano l’importanza di questo testo oramai desueto come può esserlo ai giorni nostri l’abbecedario. Eppure immediatamente dopo averlo sfogliato, iniziamo a pensare che forse ancora oggi è tanto importante così come lo era per lo stesso Pinocchio quando deve andare a scuola e protesta:

“Mi manca il più e il meglio“.

“Cioè?“, chiede perplesso Geppetto.

“Mi manca l’abbecedario“.

Geppetto per comprarglielo è costretto a vendere la sua vecchia casacca di fustagno “tutta toppe e rimedi” e rientra in maniche di camicia; fuori nevica. Pinocchio capisce, lo copre di baci e corre verso il paese. Strada facendo, tra sé, dice:

“Oggi alla scuola voglio subito imparare a leggere, domani poi imparerò a scrivere e domani l’altro imparerò a fare i numeri”.

Abc…e tutte le lettere ma anche i numeri

42 disegni per 42 parole e non parole qualsiasi che si possono trovare in un qualsiasi abbecedario scolastico. Ma parole che scatenino curiosità che sono onomatopeiche e persino il simbolo del punto interrogativo che per gli amanti della musica, come del resto lo sono i bambini, trova “personificazione” in un basso. Ed è forse proprio il punto interrogativo che ci fa riflettere, perché seppur sembra una stonatura alla fine esprime il concetto finale che è quello di insegnare ai bambini ad interrogarsi su tutto ciò che li circonda.

Ma quei disegni raccolti in questo abbecedario, sono molto di più: un gioco tra nonno e nipoti perché spesso capitava che lo stesso Dorfles li chiamasse nel suo studio per completare un disegno che aveva iniziato, magari anche semplicemente per colorarlo e ovviamente per chiedere a Giorgetta di scrivere in “bella grafia” la parola che il disegno di quella speciale lettera rappresentava.

Probabilmente l’aspetto pedagogico più importante che si possa sperimentare, dopo aver preso tra le mani un riferimento educativo di questo tipo, è quello di provare a nostra volta il gioco delle parole che diventano arte per imparare anche il legame: quello che si crea tra una lingua e chi la impara.

Ed è questo uno dei legami più significativi perché alla fine quello che pronunciamo, le parole che abbiamo nella nostra mente e che facciamo uscire dalla nostra bocca per comunicare con gli altri, dicono tutto di noi! E quindi proporre la comprensione linguistica ad un livello così profondo e in un’età così determinante, è certamente un regalo importante e significativo che possiamo fare ai bambini con cui ci apprestiamo a fare questo gioco.

Il disegno come pretesto pedagogico 

Qui lo dico e qui mi impegno a farlo: qualora avessi modo di fare un disegno assieme ad un qualche bambino certamente farò il gioco dell’abbecedario di Gillo Dorfles. Farò con lui, con lei o con loro il gioco di dare una forma ad una lettera (che per un bambino è ancora semplicemente un suono), alternando quelli che sono termini più semplici, rispetto a quelli che possono richiedere una spiegazione che inizia ad essere più articolata. In agguato ci sarà il gioco dei perché di Gianni Rodari e magari si arriverà anche ad unire a qualche disegno poche righe di testo, scritte insieme, che possano esplicitare maggiormente la sensazione che si è provata mentre si faceva quel disegno. Un approfondimento riguardo la scelta dei colori caldi piuttosto che freddi, dei pastelli piuttosto che dei pennarelli o perché no, la scelta fra tempere o acquerelli.

L’arte non si colleziona…è pop

Gillo Dorfles è una figura in ambito artistico a me particolarmente cara, poiché ho studiato la storia dell’arte sui suoi “Itinerari nell’arte“ e imparato che l’arte è tangibile. Il suo modo di raccontarla ti fa nascere dentro il desiderio di fruirla, di impararla, di conoscerla e apprezzarla al di là della smania del collezionismo (mai acquisterà infatti opere d’arte, eppure sempre avrà nel corso della sua vita relazioni di stima e amicizia con artisti importanti).

Un’arte tangibile è quella che ci propone Dorfles, un’arte concreta quasi pop di massa per dirla alla maniera di Andy Warhol.

Questa è la grande potenza che ha trasmesso Gillo Dorfles a chiunque in un modo o nell’altro lo abbia incontrato. Entrare nell’arte e lasciare che l’arte entri dentro di te in ogni sua forma, fosse anche semplicemente un disegno realizzato per amore dei propri nipoti con l’obiettivo di offrire loro una conoscenza che potesse appartenergli davvero.

Disegno per conoscere, conosco perché disegno

Nei miei studi storico-artistici e architettonici, quello che mi è sempre stato trasmesso e insegnato da questo o quell’altro docente, era che per conoscere qualcosa bisognava disegnarlo perché se sapevi disegnarlo significava che lo avevi compreso.

Ecco, mi ritengo una privilegiata in questo senso perché penso che Gillo Dorfles approverebbe assolutamente questo grandissimo insegnamento che ho ricevuto e che tutt’oggi applico.

Lettere e numeri

A: aah
B: buongustaio – Babao
C: camaleonte
D: dente – doccia
E: eleganza
F: freddo
G: gorgo
H: ha ha
J: Innocente
K: – 
L: lampreda
M: macaco
N: naso
O: ombelico
P: pettine
Q: –
R: rodomonte
S: serpe
T: tau
U: ugola
V: valzer
W: walhalla – wally
X: xeres
Y: y greco
Z: zebra
?: basso

1: ometto proboscidone
2: cigno
3: luna
4: vigile
5: generale
6: foca
7: piripillo trombettiere
8: pancione
9: faccione
10: Gli sposi

Info bibliografiche

Titolo originale: Abbecedario (Italiano)

Titolo: Abbecedario

Autore: Gillo Dorfles

Prima edizione italiana: Marzo 2021

La mia edizione: Prima edizione – Marzo 2021

Editore italiano: Bombiani

Genere: Per ragazzi

Numero di pagine: 86

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Pinocchio – Carlo Collodi

Pinocchio – Carlo Collodi

GRANDI CLASSICI

Non fare come Pinocchio: vai dritt* per la tua strada

Pinocchio, il grande capolavoro di Carlo Collodi narra la storia di un burattino che sognando di diventare un bambino vero, ci insegna ad andare dritti per la nostra strada senza lasciarci distrarre da persone ed eventi che possiamo incontrare lungo il nostro cammino.

8 DICEMBRE 2022

GRANDI CLASSICI

Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi

Se in tutti questi anni non ci sei ancora arrivat* te lo dico io: il nome Pinocchio non viene dal nulla ma dal materiale di cui questo burattino è fatto!

…frutto del pino, il pinolo, ossia il “pinocchio”, come si diceva appunto nella Toscana dell’Ottocento

Il burattino nato dalla fantasia di Carlo Collodi, pseudonimo di Carlo Lorenzini e plasmato dalle mani di Mastro Geppetto nasce proprio da un ciocco di pino. Certo non tutti i ciocchi di legno riescono a prendere vita iniziando a muovere gli occhi e a correre ovunque come capita nei primi capitoli del grande classico di Collodi, ma a volte seppur nella fantasia succede, e abbiamo davvero di cui impararne.

Tu sei quello che mi ha insegnato la strada.

Declinazione pedagogica con premio conclusivo

Leggo questo libro per la prima volta all’età di 33 anni, nell’inverno del 2022 a Torino e la famosa morale che c’è in ogni libro per ragazzi (?) questa volta diventa una morale per gli adulti. Sì per tutti quegli adulti un po’ persi, come se fossero bambini sperduti dell’Isola che non c’è del Peter Pan di James Matthew Barrie (1911) o non sapessero più che consigli seguire, nemmeno quelli che ci si danno da soli, come capita all’Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll (1865).

Disgraziatamente, nella vita dei burattini c’è sempre un ma, che sciupa ogni cosa.

Leggere questo libro da adulti, lascia indubbiamente molto di più di quanto accada leggendolo da ragazzini. La questione è semplice: prendere la decisione giusta non è mai facile, e non è piacevole perché comporta delle rinunce: comporta l’abbandonare la nostra zona di comfort e le nostre idee che fino a quel momento abbiamo sostenuto e difeso a spada tratta.

Ma una decisione, una saggia decisione! va sempre presa e poi portata avanti. Non ci sono Gatti e Volpi (il Gatto e la Volpe), Lucignoli vari (Lucignolo), monete sonanti (Campo de’ Miracoli), spettacoli affascinanti (Mangiafuoco), personaggi ammalianti (Ometto) o ghiottonerie (Paese dei Balocchi) che tengano, quando davvero abbiamo chiaro il nostro percorso, il nostro “why” per dirla usando un termine che appartiene alla crescita personale.

 

Ve lo dirò io, miei cari e piccoli lettori.

Le nostre bugie hanno il naso lungo come Pinocchio o le gambe corte?

Pinocchio almeno nei primi trentaquattro capitoli (su trentasei!) non aveva chiaro il perché effettivamente dovesse agire in maniera retta. Ma quando poi lo ha trovato (il suo di perché) ciò che è stato in grado di portargli nella vita e in quella delle persone a lui care, ha di gran lunga superato le aspettative più floride.

[Da tenere a mente per il futuro ;-)]

Perché quando i ragazzi, di cattivi diventano buoni, hanno la virtù di far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche all’interno delle loro famiglie.

Quante volte abbiamo sentito la frase minacciosa da parte di un adulto verso un bambino (magari eravamo proprio noi quel bambino…) “Non dire le bugie altrimenti ti cresce il naso come Pinocchio“? Probabilmente tante ma il vero significato probabilmente non eravamo in grado di coglierlo. Avere il naso lungo significa aver detto così tante bugie da arrivare ad allontanare le persone che ci sono vicine e questo Pinocchio lo impara davvero a carissimo prezzo.

Vero è che esiste anche una seconda tipologia di bugie: quelle con le gambe corte, ossia quelle che vengono scoperte dopo poco tempo.

I ragazzi fanno presto a promettere, ma più delle volte fanno tardi a mantenere.

Anzi ad onor del vero esiste anche una terza tipologia di bugie: quelle che raccontiamo noi stessi quando ci fingiamo migliori di quello che siamo, quando non facciamo realmente i conti con noi stessi e con quelli che sono i nostri reali obiettivi di vita. Quest’ultima è a mio avviso è la tipologia più pericolosa e alla fine lo stesso Pinocchio si scontra con questa verità e ne comprenderà il significato.

Quando però ci rendiamo conto dei reali effetti che le nostre azioni/bugie causano a noi e agli altri, il nostro Grillo parlante interiore ci bussa sulla spalla, ci tira le orecchie (per fortuna senza staccarcele come invece fa l’Omino con uno degli asinelli) e ci aiuta a tornare sulla retta via.

Mi sono dovuto persuadere che per mettere insieme onestamente i pochi soldi bisogna saperseli guadagnare o col lavoro delle proprie mani o coll’ingegno della propria testa.

La leva della paura come pretesto pedagogico

Per chiunque faccia marketing che la paura sia una potente leva è cosa nota. Ma è anche un potente “strumento” pedagogico e Carlo Collodi con il suo Pinocchio ne fa decisamente largo uso.

Tale paura trova concretezza massima nella trasformazione in somari, momento in cui si acquisisce contezza del fatto che le conseguenze sono oramai irreversibili e si prova un senso di paura profonda per le sorti della propria stessa vita. 

Che ne sarà di me,

Che ne sarà di me,

Che ne sarà di me.

Come sappiamo nel caso di Pinocchio in tal senso l’epilogo sarà addolcito dall’intervento della Fata turchina, che diviene per Pinocchio una vera e propria figura materna quasi a voler evidenziare da parte di Collodi l’importanza di figure cardini nella crescita di un bambino e parlando di un libro di fine ‘800 chiaramente queste figure sono il padre e la madre.

Sorte diversa spetta invece a coloro che “abbandonati” a loro stessi (Lucignolo) devono convivere con la loro mala sorte, alla quale hanno spianato la strada. Eppure sul finire la capacità di parola che Lucignolo ha mantenuto vuole forse essere un messaggio di speranza che ci fa pensare che anche quando tutto sembra perduto, alla fine non lo è mai davvero.

…e il senso di colpa di Pinocchio

Insomma Pinocchio alla fine impara che la scelta migliore è quella di andare sempre dritti per la propria strada, lasciando al loro posto quello che ci attrae vanamente durante il nostro percorso ed andare dritti (il più possibile) alla nostra meta.

Che questa sia la casa paterna, quella della Fata dai capelli turchini o (per essere più concreti) un obiettivo di vita, la strada giusta è quella che percorriamo rimanendo concentrati su ciò che volevamo sin dall’inizio del nostro viaggio.

Il vero premio non sarà certo raccogliere migliaia di monete d’oro dopo averne sotterrate quattro! Ma piangere di gioia quando si arriva dopo un lungo viaggio, dove davvero stavamo andando o si raggiunge chi stavamo cercando anche se questo ci porta nello stomaco di un Pesce-Cane (no, non è una balena).

E come viene insegnato tutto questo da Carlo Collodi? Usando una seconda leva: quella del senso di colpa.

Non ci avevi mai fatto caso eh?! Eppure è proprio lì:

  • quando fa sentire in colpa Pinocchio perché suo padre patisce il freddo per aver venduto la sua unica casacca;
  • quando non vuole dispiacere alla Fata Turchina a causa delle sue scorribande quando rincasa alla sera;
  • quando legge (pur non sapendo leggere) che quest’ultima è morta di dolore per causa sua;
  • quando scopre che suo padre si è avventurato in mare per cercarlo;
  • etc..

Alla fine però questa terapia d’urto funziona e Pinocchio vede tutte le sue scorribande perdonate e dopo una serie di dimostrazioni che attestino il suo reale cambiamento diventa un bambino vero.

Bravo Pinocchio! In grazia al tuo buon cuore, io ti perdono tutte le monellerie che hai fatto fino a oggi.

Pinocchio alla fine muore

No alla fine del libro di Collodi Pinocchio non muore; nella versione definitiva Pinocchio vivrà felice con suo padre Mastro Geppetto.

La scena dell’impiccagione ad opera degli “Assassini” ossia il Gatto e la Volpe viene comunque descritta nel XV capitolo, ma ridurrà il nostro Pinocchio semplicemente in fin di vita.

L’importanza di questo capitolo rimane comunque cardine e a te lettore lascio la curiosità di scoprire il perché.

(Pinocchio è uno di quei) simboli quali non è più possibile rinunciare con nemmeno immaginare che possano non esistere più.

Personaggi e luoghi

  • Maestro ciliegia, mastr’Antonio
  • Geppetto, Polendina
  • Pinocchio
  • Grillo-parlante
  • Paese dei Barbagianni
  • Il Gatto e la Volpe
  • Osteria del Gambero Rosso
  • Quercia grande
  • Bambina dai capelli turchini, fata turchina,
  • grosso Falco
  • Can-barbone
  • Medoro
  • Corvo
  • Civetta
  • Picchi
  • Città “Acchiappa-citrulli”
  • Campo dei miracoli
  • Pappagallo
  • Il Giudice gorilla
  • Giandarmi Can-mastini
  • Giovane imperatore della città acchiappa-citrulli
  • grosso Serpente
  • la Lucciola
  • Melampo
  • grosso Colombo
  • Delfino
  • Pesce-cane
  • Il paese delle Api industriose
  • Compagni di scuola di Pinocchio
  • Eugenio: ragazzo che viene colpito dal libro Trattato di aritmetica
  • i Pesci
  • grosso Granchio
  • due carabinieri
  • Alidoro: can mastino dei carabinieri
  • pescatore: vive in una grotta
  • la Lumaca
  • Romeo soprannominato Lucignolo
  • Paese dei Balocchi
  • Omino
  • bella Marmottina 
  • Tonno
  • l’ortolano Giangio

Info bibliografiche

Titolo originale: Le avventure di Pinocchio (Italiano)

Titolo: Le avventure di Pinocchio

Autore: Carlo Collodi

Prima edizione italiana: Febbraio 1883

La mia edizione: Prima edizione – Ottobre 2022

Editore italiano: Giunti

Genere: Per ragazzi, Romanzo, Fantasy, Grandi classici, 

Numero di pagine: 206

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Alice nel paese delle meraviglie | Lewis Carroll

Alice nel paese delle meraviglie | Lewis Carroll

GRANDI CLASSICI

Alice e la follia di un mondo assurdamente meraviglioso

Ambientazione onirica per questo grande classico della letteratura del 1865. Lewis Carroll ci lascia entrare nel paese delle meraviglie della sua Alice e non possiamo fare altro che rimanere catturati dalla meravigliosa assurdità di luoghi e personaggi che incontriamo pagina dopo pagina. La morale? Scoprila in questo articolo.

13 NOVEMBRE 2022

GRANDI CLASSICI

Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll: ecco la mia recensione

Qualche giorno fa sono passata davanti a una vetrina allestita con delle gigantografie di carte da gioco, così nella mia mente non ho potuto far altro che immaginare la Regina di cuori di Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll.

Così ho acquistato una nuova edizione di questo libro da aggiungere alla mia biblioteca, ma stavolta ho scelto una versione illustrata: una BUR Deluxe, che ora fa la sua bella figura vicino alla comunque bella edizione Feltrinelli, che in questo articolo riporto e che di fatto è stata la prima che ho letto.

Così come tanti di noi, anche io ho avuto il mio primo approccio con Alice nel paese delle meraviglie grazie al mondo Disney. Quando invece ho letto il libro per la prima volta per me è stato un piacere trovare una certa similitudine, tra le immagini consolidate nella mia mente a forza di guardare questo film d’animazione e il capolavoro di Lewis Carroll.

Davvero un piacere.

Mi ritrovo a scrivere questo articolo dopo aver letto per la seconda volta questo libro. E anche in questo caso, come ultimamente è stato con la rilettura de: Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde, ho colto sfumature che erano passate inosservate durante la mia prima lettura.

Il punto su cui è stato per me interessante soffermarmi, oltre quello dell’onirico che diventa il mondo in cui mi sono “trasferita” per il tempo che ho impiegato a rileggere Alice nel paese delle meraviglie, è proprio sulla sua protagonista: Alice stessa.

Probabilmente questa riflessione non sarebbe mai potuta nascere nella mia mente, quando ho letto questo libro la prima volta che avevo 16 anni; ma alcuni libri si leggono proprio per questo: per comprenderli meglio e offrire loro il nostro vissuto affinché nuove riflessioni e interpretazioni emergano.

Scoprire Alice, nel paese delle meraviglie

Quasi per caso, Alice nel paese delle meraviglie è nato…

…per far piacere a una bambina che amavo…

Magari (immagino) le sembianze stesse dell’Alice che conosciamo noi, vengono proprio da questa bambina cara al cuore di Carroll che all’epoca doveva ancora crescere, ed evidentemente ne aveva voglia non come i bambini sperduti del Peter Pan di James Matthew Barrie.

Alice nonostante visivamente sia rappresentata come una “bambolina” con tanto di calze bianche (come le mie nelle foto), scarpe di vernice, vestito di tulle e boccoli biondi, non è affatto il personaggio passivo che si potrebbe immaginare. Che questa bambina non ha un carattere facile lo intendiamo bene già dalle prime pagine, e questo ovviamente prosegue per l’ intero racconto. Alice risulta infatti una “ragazzina viziata” eppure c’è il lei il germe di una forza d’animo che non si conoscerà appieno all’interno di Alice nel paese delle meraviglie, bensì in Alice attraverso lo specchio.

Ho scritto poc’anzi che Alice non è un personaggio passivo, infatti non manca di far sentire la sua voce quando lo ritiene più opportuno. Tipicamente diventa una eroina nel senso letterario del termine, che si schiera per difendere chi non è in grado di farlo da solo, incurante di quelle che saranno le conseguenze, prima di tutti per se stessa.

Non sono tutti boccoli dorati quelli che luccicano, infatti in alcune occasioni il personaggio di Alice risulta realmente “fastidioso” che acceleriamo nella lettura per passare alla scena successiva. Il suo atteggiamento riesce a oscillare dal totalmente disinteressato al saccente, quasi assorbisse il comportamento generale che ritroviamo in molti degli altri personaggi e del “paese delle meraviglie. 

Si pensi al Cappellaio matto, al Brucaliffo, ai fiori, allo Stregatto e ovviamente alla Regina di cuori e al Re; dunque in tal senso è congruo riscontrare questi tratti anche nel personaggio di Alice.

Eppure in Alice, queste occasioni comportamentali risultano tipiche di un’età acerba e che vengono perfettamente controbilanciate dalla propensione per un comportamento corretto nei confronti degli altri, nonostante questo le costi non poca fatica considerato sia il suo modo di fare sia il contesto “meraviglioso” nel quale è inserita.

Non è certamente un caso se una delle frasi più celebri è proprio:

Io mi so dare ottimi consigli ma poi seguirli mai non so.

Alice cresce e noi con lei

Voglio ritornare sul fatto che davvero il personaggio di Alice è molto interessante anche all’occhio adulto (questa mia seconda rilettura la faccio a 33 anni) in quanto abbiamo il piacere di scoprire alla fine due personaggi in uno. C’è infatti la Alice dell’inizio libro e c’è la Alice delle ultime pagine, che matura e accetta di diventare adulta anche grazie all’eccesso di “follia” dal quale lei per prima ne era assolutamente attratta.

Tutto questo semplicemente per insegnarci che saremo sempre immersi in un mondo folle (più o meno a seconda dei casi) eppure se noi abbiamo dei punti fermi, delle regole, comunque sapremo cavarcela.

E per certi versi non si può fare altro che volgere il pensiero anche al Pinocchio di Carlo Collodi.

Morale

Ogni cosa ha la sua morale, basta trovarla.

Probabilmente per un libro che esprime tutta l’ammirazione dell’autore per James Joyce e per le sue “parole-baule“, per sintetizzare la morale la scelta migliore è proprio quello di utilizzare parole che lo stesso Carroll mette in bocca al Re nel suo “paese delle meraviglie”:

Inizia dall’inizio e vai avanti finché non arrivi alla fine: poi, fermati.

Un invito pertanto ad avanzare nella propria esistenza indipendentemente da tutto, probabilmente persino indipendentemente dalla strada scelta, poiché ce n’è e se sempre che ne sarà una gran moltitudine (di scelte). Dunque l’importante è esplorare, rischiare di cadere in un buco con la garanzia che certamente si arriverà in luoghi meravigliosi. E se ci troviamo in un periodo grigio della nostra vita, avendo la passione per la lettura, abbiamo la possibilità di immergersi nel colorato, assurdo e atemporale mondo di Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll.

Info bibliografiche

Titolo originale: Alice’s adventures in wonderland (inglese)

Titolo: Alice nel paese delle meraviglie

Autore: Lewis Carroll

Prima pubblicazione: Novembre 1865

Prima pubblicazione in Italia: 1872

La mia edizione: X edizione Febbraio 2008 // 2022

Editore italiano: Feltrinelli Editore // Rizzoli Editore

Collana: I classici – Universale economica Feltrinelli // BUR Deluxe 

Genere: Grandi classici, Romanzo, Fantasy

Numero di pagine: 189 // 222 (illustrazioni incluse)

Preceduto da: Le avventure di Alice sottoterra – 1864 (stampato nel 1886)

Seguito da: Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò (1871)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Peter Pan | James Matthew Barrie

Peter Pan è il capolavoro che James Matthew Barrie regala non solo alla letteratura inglese, ma al mondo intero poiché nel personaggio di Peter Pan e nelle sue avventure c’è davvero molto di più di quanto abbiamo conosciuto nelle versioni animate e cinematografiche.

Leggere il Peter Pan originale di James Matthew Barrie in età adulta è tutta un’altra cosa! Nel mio caso rileggo questo romanzo per la seconda volta a distanza di quattordici anni (diciassette vs. trentuno), e la mia opinione è rimasta la medesima: non è (solamente) il racconto spensierato che la Walt Disney, tanto nella versione animata che nel film, ci ha proposto!

É semplice. Pensate a cose straordinarie e stupende: saranno esse a trasportarvi in alto.

Probabilmente nella stragrande maggioranza dei casi, il primo contatto che abbiamo con questo capolavoro della letteratura inglese, è proprio grazie alla trasposizione disneyana, ciò nonostante in Peter Pan c’è molto più di una fantastica avventura.

L’isola stava là e aspettava proprio loro.

La storia la si conosce perfettamente (anche se l’elenco a pedice di questo articolo dei nomi dei pirati, suonerà nuovo a molti): ci troviamo a Londra, in una famiglia composta da una madre meravigliosamente bella e affettuosa (la signora Darling), un padre burbero che pensa al benessere di tutti (Agenore, il signor Darling), tre figli di cui una femmina (Wendy) e due maschi (Gianni e Michele), che vengono ben accuditi da una tata in versione canina (Nana). È evidente che nel 1911 quando James Matthew Barrie trascrisse il romanzo l’originaria opera teatrale di Peter Pan: il ragazzo che non voleva crescere, il concetto di “dog sitter” era diverso da quello che gli attribuiamo noi oggi, o almeno lo era per l’autore!

Tutti i bambini, tranne uno, crescono.

Ad ogni modo, un certo bambino che tale voleva rimanere, dal nome tremendamente corto a paragone di “Wendy Moira Angela Darling”, durante un inverno poco prima di Natale (riferendoci a quanto scritto nel libro) entra da una finestra aperta del numero 14 (di una qualche strada di Londra) per ascoltare le favole della Signora Darling, e se non fosse stato per quella finestra in cui nel fuggire la sua ombra rimase incastrata, nessuna meravigliosa avventura avrebbe mai avuto inizio.

Tu sai perché le rondini costruiscono il nido sotto le grondaie delle case? Lo fanno per poter ascoltare  le favole.

Peter Pan infatti una mamma non l’aveva, e chissà se l’ebbe mai ad eccezione di Wendy, e della figlia, e della figlia della figlia; e così nelle generazioni a venire.

E comincio proprio da questa parte, perché mentre nel libro è l’ultimo capitolo “XVII – Wendi diventa grande”, aggiunto per altro nel romanzo del 1911 e assente nella prima stesura teatrale del 1904, nella versione animata è esattamente la miccia che avvia ogni cosa, ponendo enfasi sul rifiuto di Peter di accettare la naturale evoluzione da bambini ad adolescenti e quindi a persone adulte!

Avremmo avuto finalmente una signora che si sarebbe presa cura di noi.

UNO DEI GEMELLI

Nella mia edizione Oscar Mondadori del 2006, c’è una meravigliosa introduzione di Alison Lurie, che ci fornisce la possibilità di comprendere appieno il personaggio di Peter Pan, che altrimenti rischia di essere semplicemente una favola, che nella realtà del testo originale è decisamente più cruenta e con un linguaggio e delle “situazioni”, tal volta inadatte al pubblico di bambini cui tradizionalmente è rivolto.

Se voi appoggiaste l’orecchio al suolo, udreste fremere in tutta l’isola il risveglio e la vita.

Ed è presto spiegato, perché le radici di Peter Pan sono nel teatro, quindi l’abbinare questo romanzo ad un pubblico infantile è successiva, e la versione integrale fuga qualsiasi dubbio in tal senso. Eppure la potenza immaginifica di questo capolavoro letterario, ha trasformato le Avventure di Peter Pan e dei Bambini perduti, in una componente quasi folkloristica delle novelle trasmesse oralmente dagli adulti ai bambini.

La seconda STRADA a destra, e poi tira dritto fino al mattino.

La seconda STRADA a destra, e prosegui fino al mattino.

Quando “arriviamo” per la prima volta sull’Isolachenoncé (sul libro si trova scritto tutto attaccato, in un unica parola), e scopriamo che in quel luogo possiamo arrivare solo volando cosparsi da polvere di fata, dove incontriamo sirene, indiani, pirati in carne e uncino; mai nulla ci suggerisce che in realtà (come la maggior parte, se non tutta, la produzione di James Matthew Barrie) ci troviamo dinnanzi a situazioni e personaggi profondamente autobiografici. 

Ti insegnerò come saltare in groppa al vento, e poi via, andare!

Ed in questo, come si è detto, il saggio introduttivo di Alison Lurie ci guida davvero in un minuzioso parallelo, tra la vita dell’autore e la genesi di un personaggio rivoluzionario come lo è, ancora ad oggi, quello di Peter Pan. E sì! sottolineo rivoluzionario perché prima di Barrie nessuno mai aveva spinto ad un tale livello la propria fantasia, forse proprio perché nessun uomo aveva mai davvero pensato di poter rimanere bambino.

Io non vorrò mai diventare un uomo. Io voglio restare sempre un bambino e vivere spensierato.

(…) e io, invece, voglio restare sempre un bambino e divertirmi.

Di fatto James Matthew Barrie rimase sempre di statura piuttosto bassa, anche le mani rimasero alquanto piccole ed in generale nonostante i baffi folti, la sua immagine non è quella di un uomo virile. Persino il suo primo matrimonio non venne mai consumato, sottolineando la sua la sua volontà, il suo intento di rimanere non solo un bambino, ma di essere “quel’ bambino che la madre perse prematuramente. Infatti il fratello maggiore di James Matthew Barrie, David, muore per un incidente di pattinaggio sul ghiaccio, il giorno prima del suo quattordicesimo anno di età.

“Pan, chi o cosa sei tu?”

“Io sono la giovinezza, io sono la gioia (…) io sono l’uccello appena uscito dall’uovo”

CAPITAN GIACOMO UNCINO & PETER PAN

Jamie, come affettuosamente lo chiamavano in famiglia, all’epoca dell’incidente aveva solo sei anni e per aiutare la madre ad affrontare il dolore per la perdita del figlio prediletto, verso il quale nutriva molte aspettative, arrivò persino a indossare i suoi abiti, ad emularne atteggiamenti e modo di parlare; tutto per amore della madre.

“Potessi avere un libretto di assegni intestato a mio nome!” Io non so cosa sia un libretto di assegni, ma vorrei tanto regalarne uno alla mamma.

TROMBETTA

La sorella, sulle cui spalle ricadde la responsabilità della gestione della famiglia, ispira il ruolo delle innumerevoli “mammine” che fanno parte della produzione letteraria di James Matthew Barrie. Nel caso di Peter Pan si tratta ovviamente di Wendy, che sebbene sia la maggiore dei tre fratelli, è anche lei ancora una bambina che si ritrova a fare da madre ai sei Bimbi perduti, ai suo due fratelli (arrivando quasi a dimenticare che sono suo fratelli e non suoi figli), e allo stesso Peter Pan che nonostante lo neghi, è effettivamente quello che più di tutti, sente davvero il bisogno di essere accudito da una madre vera e propria.


Sarà l’incontro con la famiglia Davies ad essere oltre che cruciale nella vita dell’autore, a rappresentare l’effettiva base, ad essere i “caratteri analogici” della famiglia Darling, tata compresa che è assimilabile a Porthos, il terranova dello stesso autore che aveva con se quel giorno a Kensington Gardens in cui appunto incontrò i Davies.

L’affetto per Sylvia Llewelyn Davies, che ispirerà appunto il personaggio della signora Darling, fece si che alla morte del marito, il signor Arthur Llewelyn Davies, fu lo stesso James Matthew Barrie a prendersi in carico il mantenimento dei Davies, nonostante con il crescere, e a seguito della morte di Sylvia, i cinque ragazzi apprezzassero sempre meno la presenza di quel bizzarro ometto, che tuttavia pagava le loro rette nelle migliori università private inglesi.

Sull’Isolachenocè, ogniqualvolta uno sospira, un adulto muore.

I figli dei Davies furono cinque e tutti maschi, e due di loro si chiamavano appunto Peter e Michael, nell’ordine furono George (1893–1915), Jack (1894–1959), Peter (1897–1960), Michael (1900–1921), and Nicholas (Nico) (1903–1980), ma sarà il primogenito George ad essere l’archetipo del personaggio di Peter Pan.

Peter volò a pelo d’acqua e, nel passare, toccò la coda dei pescecani che gli venivano a tiro, proprio come voi, andando per strada, potreste far scorrere le dita lungo una cancellata di ferro.

La componente personale traspare anche nel momento in cui James Matthew Barrie, chiama la nipote di Wendy con nome di Margaret, che nella realtà era una bambina cui l’autore era affezionato e che riferendosi a lui come “my friendly” (“il mio amichevole”), ma non riuscendo a pronunciare bene la lettera R, pronunciava qualcosa di simile a fwendy, di lì il nome Wendy.

La stessa zoppia del Capitano del Jolly Roger, Giacomo Uncino venne sperimentata in prima persona dall’autore in un periodo di zoppia. Tutto ciò che di fantastico c’è in Peter Pan è dunque in qualche maniera una rilettura di ciò che accadde nella sua vita, unito ovviamente alla sua indiscussa genialità rifacendosi alle parole di Robert Louis Stevenson:

Io sono un artista, lui è un genio.

ROBERT LOUIS STEVENSON

Molto interessante è il personaggio del coccodrillo che ingoia erroneamente una sveglia/orologio, e che da quel momento annuncia il suo arrivo con il suo tic-tac, garantendo almeno inizialmente la salvezza di Uncino. 

Sai Spugna, la mia mano gli è tanto piaciuta che mi ha seguito fin qui, di mare in mare, di terra in terra, leccandosi le labbra al pensiero di mangiare quanto resta del mio corpo.

Ciò che affascina di questo personaggio così significativo al punto da essere onomatopeico nel suo ticchettio, è proprio la sorte in cui Barrie confina il tempo che viene addirittura ingoiato nel tentativo di essere ignorato, sottolineando ancora una volta il suo desiderio di controllare/annullare l’effetto del tempo per rimanere (o tornare) “quel bambino che era”. Ecco anche in questo senso, il perché della scelta nelle rappresentazioni teatrali di far recitare Peter Pan, sempre, da

una giovane in calzamaglia

ALISON LURIE

Persino nel personaggio di Wendy possiamo cogliere più sfumature di quante non siamo abituati ad osservare: il super lavoro che le comporta occuparsi di tutto e di tutti la tiene per quasi tutta la giornata nella casa sotterranea a cucinare, sbrigare faccende e rammendare, anche in quei momenti che si sarebbero dovuti dedicare ad un giusto riposo. 

Mentre ella rammendava il calcagno di una calza [Peter disse] “Non  c’è nulla di più gradevole per te e per me che restacene qui la sera davanti al fuoco, dopo un giorno faticoso, a riposare in mezzo ai nostri piccini”

Una riflessione sulla posizione della donna in tal senso è troppo contemporanea per affliggere il pensiero di Barrie, che tuttavia in molte occasioni si interroga se valga la pena fare il genitore poiché i figlio non meritano le cure che gli vengono riservate o comunque si approfittano del bene che gli si vuole.

Anche quando scrive, riferendosi a Wendy:

allora (…) poteva respirare

ci esprime tutto il suo senso di pesantezza e frustrazione solo all’idea di essere egli stesso genitore, non a caso non lo diverrà mai ed eccezione del tentativo di occuparsi dei cinque Davies. Nel complesso esprime una profonda disillusione da entrambe le parti, pur rimanendo vivo il desiderio di avere appunto una mammina “in grado” di occuparsi di lui.

Essi pensano di aver diritto alla lealtà degli adulti quando vanno a loro pieni di fiducia.

Più in generale, si ha come l’impressione che Barrie abbia trasformato “la sua realtà” in opera letteraria, per garantire l’immortalità 

Mi dispiace di perderti

a coloro cui volle bene e che in un qualche modo reputò significativi per la propria esistenza.

Morire  sarà una grande meravigliosa avventura!

Ironia e tristezza, fu che James Matthew Barrie morì senza famiglia, senza figli e lo sfruttamento dei diritti di autore venne devoluto in beneficienza al Great Ormond Street Hospital di Londra, un ospedale pediatrico quasi a voler ricordare al mondo l’importanza dei bambini e ancor di più del loro sorriso, perché è dal sorriso dei bambini che nascono le fate.

Quando un bambino appena venuto al mondo ride, la prima volta, nasce una fata nuova.

Personaggi

ABITANTI DELL’ISOLA CHE NON C’É

  • Peter Pan: è uno dei protagonisti principali che compare tanto nell’opera teatrale quanto nel romanzo. Nel romanzo viene descritto come un ragazzino che ancora ha i denti da latte; indossa abiti fatti di gocce di resina e foglie (foglie secche nell’opera teatrale, scheletri di foglia nel romanzo) e suona il flauto di Pan. Quest’ultima peculiarità viene ripresa nella versione cinematografica della Walt Disney, ma in effetti in senso generale evidenzia la capacità di persuasione di questo bambino, che riesce sempre a portare l’acqua al suo mulino. L’unica sua vera preoccupazione è quella di non voler crescere. Vuole molto bene a Wendy, ma la vede solamente come una figura materna, in opposizione quindi ad un amore romantico come lei vorrebbe e come Trilly immagina che sia. Barrie ha attribuito a questo fatto “il dilemma del suo vero essere”.
  • Ragazzi Perduti (Lost Boys): nella traduzione italiana vengono chiamati bimbi smarriti traducendo arbitrariamente la parola lost. Citando quanto scritto nel romanzo: “Sono bambini che cadono dalla carrozzina mentre la governante sta guardando dall’altra parte. Se nessuno viene a reclamarli entro sette giorni, vengono mandati lontano, nell’Isola Che Non C’è”.
  • Campanellino “Trilly” (Tinker Bell): è la fata di Peter Pan, e come ogni fata che scegli a chi appartenere non può essere ceduta ad altri nemmeno per volontà del proprio “padrone”. Mentre nell’opera teatrale viene descritta semplicemente come una sfera di luce, nel romanzo il suo aspetto fisico viene maggiormente approfondito. Viene descritta come una comune fatina che aggiusta pentole e bollitori (da qui il suo nome “Tinker Bell” – Tinker in italiano significa “stagnino ambulante” o “aggiustare”). Qualche volta si dimostra maleducata e vendicativa soprattutto nei confronti di Wendy, gelosa delle speciali attenzioni che Peter le rivolge (Campanellino prova da un lato un certo affetto per Peter, mentre dall’altro è anche abituata ad avere il monopolio delle sue attenzioni, salvo quando fa visita alle sirene). La convivenza di sentimenti estremi nel suo essere trovano ragione, secondo Barrie, nel fatto che sia così piccola: “Le fate possono essere soltanto una cosa o l’altra, e non tutte e due insieme perché, essendo così piccole, hanno spazio sufficiente per ospitare un solo sentimento alla volta. Naturalmente possono cambiarlo via, però devono cambiarlo per intero”. Quando Wendy tornerà sull’Isola che Non C’è per le pulizie di primavera l’anno successivo, Peter si sarà già dimenticato di Campanellino, e ciò fa intuire a Wendy che la fatina non è più in vita, nel libro la morte della fata è palesemente dichiarata dallo stesso Peter Pan.
  • Le Sirene – vivono nella Laguna della Sirene. Vengono descritte come creature belle e misteriose, eppure ugualmente vanesie e ostili. Queste tenteranno di schizzare o perfino affogare chiunque gli si avvicini troppo. Nel romanzo, una di loro tenterà di trascinare Wendy sott’acqua, ma verrà tempestivamente salvata da Peter Pan. L’unico con cui sembrano andare d’accordo è Peter (ciò viene accennato nel romanzo, ma non nell’opera teatrale), al punto da consentirgli di sedersi sulla loro stessa coda. Per i mortali è pericoloso stare nella Laguna delle Sirene soprattutto la notte, perché è allora che le creature cantano al chiaro di luna, e un pianto lamentoso attrae le potenziali vittime.
  • Coccodrillo: è la nemesi e il terrore di Capitan Uncino. Durante una battaglia, avvenuta prima della venuta dei Darling, Peter tagliò la mano destra di Uncino e la diede in pasto a un coccodrillo che a partire da quel momento lo seguirà in ogni dove, per terra e per mare, bramando altre parti del suo corpo. Il coccodrillo ingerì anche una sveglia che ticchetta e avverte immediatamente il Capitano della sua presenza, consentendogli immancabilmente la fuga. Alla fine della storia, Capitan Uncino cade tra le fauci della bestia, che lo mangia in un sol boccone complice anche il fatto che la sveglia/orologio ha smesso di ticchettare.

I Darling

  • Wendy (Wendy): Wendy è la figlia maggiore dei Darling, ed uno dei protagonisti principali del romanzo. Ama l’idea di potersi occupare dei lavori di casa e raccontare storie ai bimbi, così come quella di diventare una madre, cosa che poi effettivamente avverrà nell’ultimo capitolo del romanzo postumo rispetto alla stesura teatrale del 1904. Wendy è spesso chiamata “madre” o “mammina” dai Ragazzi Perduti, e incarna perfettamente la figura della “mammina” che si ritrova nelle opere di James Matthew Barrie. Specularmente Peter verrà considerato come “padre” all’interno del gruppo, anche se quando Wendy chiederà che cosa lei sia per lui, Peter risponderà, deludendola non poco, “una madre”. Pur non riservando alcun particolare rancore per Campanellino, Wendy viene continuamente bistrattata dalla stessa, arrivando una volta a tentare persino di ucciderla. Alla fine del romanzo, quando sarà cresciuta e sposata, darà alla luce una figlia (Jane), che a sua volta darà alla luce un’altra figlia (Margaret), entrambe torneranno a fare da madre a Peter, continuando quindi il ciclo (al cui centro sta Peter Pan), che come ogni bambino amato dalla propria madre, è la sua priorità sopra ogni altra cosa.
  • Gianni(John): è il secondogenito. Va d’accordo con Michael, ma litiga spesso con Wendy anche se alla fine fanno pace, e soprattutto sull’Isola che non c’è fatica a vedere quanto la sorella sia straordinaria poiché in quanto fratello ha una percezione alterata della donna che sta diventando ed in parte già è. È affascinato dai pirati, arrivando quasi a cedere alla tentazione di unirsi alla ciurma di Capitan Uncino sotto il nome di “Jack Testarossa” o come si trova scritto nel libro Giacomo Mano Rossa. Il personaggio di John è stato ispirato da Jack Llewelyn Davies.
  • Michele(Michael): è il fratello Darling più piccolo. Ha all’incirca cinque anni. Il personaggio ha ereditato il suo nome da Michael Llewelyn Davies, tragicamente suicidatosi in un lago ghiacciato insieme al suo amico del cuore, perché scopertosi omosessuale; non a caso il personaggio di Michele è estremamente dolce anche di più rispetto agli altri bambini della sua età dimostrando una fragilità superiore alla massa. Sul finire dell’opera, quando seguendo l’esempio di Gianni vuole unirsi ai pirati di Giacomo Uncino, prende il nome di Joe Barbanera.
  • Agenore: oltre ad essere il padre e marito, è colui che pensa al mantenimento dell’intera famiglia, cosa che gli causa un certo numero di preoccupazioni risultato spesso cinico e anaffettivo, quando invece è l’esatto contrario ed il senso di colpa per la fuga dei suoi figli lo induce a fare del “canile” (cuccia) di Nana, la sua nuova residenza anche a lavoro. Ma anche la reazione di accoglienza di tutti e sei i bambini adottivi, dimostra che il suo è davvero un cuore grande oltre le aspettative. Nonostante il suo lavoro nella “City” la famiglia Darling avrà sempre dei problemi economici, ma ciò verrà sempre fronteggiato da opportuni calcoli. Mr. Darling è stato chiamato come il maggiore dei figli di George Llewelyn Davies (conosciuto anche con lo pseudonimo di David in L’uccellino bianco e Peter Pan nei Giardini di Kensington)
  • Sig.ra Darling:  il signore e la signora Darling sono i tipici genitori che amano i propri figli. E se da un lato Mr. Darling è un uomo borioso e spaccone, Mrs. Darling viene descritta come una bella donna, gentile e amorevole con chiunque soprattutto con i suoi figli ai quali insegna l’amore e il rispetto per il loro padre. Il suo nome non viene mai rivelato, ne’ nell’opera teatrale ne’ nel romanzo. Le personalità dei coniugi Darling furono ispirate rispettivamente da Arthur e Sylvia Llewelyn Davies.
  • Nana:  grossa cagna di Terranova assunta come bambinaia perché più economica rispetto ad una tata in carne ed ossa come hanno i vicini. Nana non parla o non fa nulla che vada oltre le capacità fisiche di un normale cane, ma si atteggia come una vera e propria tata dedita al suo incarico e alle sue responsabilità. Barrie ha basato la scrittura del personaggio sul suo cane Porthos, anche esso terranova, insieme al quale era solito fare le sue passeggiate nei Giardini di Kensington, dove appunto conobbe di Davies.
  • Liza: è la domestica dei Darling. Ha un ruolo limitato e marginale all’interno della storia, soprattutto nel romanzo. Nell’opera teatrale, invece durante l’atto conclusivo, Liza deciderà di diventare la madre di uno dei Ragazzi Perduti, Slightly (Macchia). Questo fatto non è presente nel romanzo, ma viene invece ripreso nel film della Walt Disney, dove per altro l’età del personaggio viene aumentata. Nel romanzo infatti Liza, “la servitù” come i Darling hanno iniziato a chiamarla tra di loro, è una giovane e “leggera” ragazza che aiuta appunto i Darling con le faccende di casa.
  • Jane: è la figlia di Wendy, che prenderà il suo posto nelle pulizia di primavera all’isola ch non c’è, sostituendosi alla madre Wendy 
  • Margareth: è la nipote di Wendy, figlia di Jane. Come sua madre prima di lei, la sostituirà nelle pulizie di primavera, garantendo a Peter Pan una mammina, almeno fin quando nella sua non percezione del tempo, si ricorderà di andarla a prendere per portarla all’Isola che non c’è.

I BIMBI PERDUTI

  • I Bimbi perduti: sono sei in totale, quattro più i due Gemelli. Nella traduzione italiana la parola perduti (lost) viene tradotta arbitrariamente con SPERDUTI, enfatizzando quasi una sensazione di paura che è invece assente nella quotidianità sull’Isola che non c’è.
  • Zufolo (Tootles): Tootles è il più sfortunato e umile dei Ragazzi Perduti. Nonostante sia coraggioso quanto gli altri, ha avuto modo di partecipare a meno avventure perché ogni volta che accade qualcosa di avventuroso lui è involontariamente assente. È uno dei bimbi più legati a Wendy, la quale si rivolgerà spesso a lui per trovare manforte all’interno di battibecchi nel gruppo. Ironicamente, fu proprio lui a colpire Wendy la prima volta che i Ragazzi la incontrarono, a causa di uno scherzo di Campanellino. Una volta diventato grande, zufolo diventa un giudice.
  • Pennino o Trombetta (Nibs): Nibs viene descritto come “allegro e bonaccione”. Dice che l’unica cosa che riesce a ricordare della madre è il fatto che desiderasse sempre avere un libretto d’assegni tutto per sé: “Non so cosa sia un libretto degli assegni, ma vorrei proprio regalarne uno a mia madre”. Come Ricciolo e i Gemelli da grande lavorerà in un ufficio.
  • Macchia (Slightly): Slightly è il più presuntuoso dei Ragazzi Perduti. Pensa di ricordare i giorni prima che fosse diventato un ragazzo perduto, i loro usi e abitudini. Quando diventa grande, Macchia sposa una nobile, diventando egli stesso un Lord.
  • Ricciolo (Curly): Curly è il più molesto dei Ragazzi Perduti. Spesso, sotto lo sguardo accusatorio di Peter ai Ragazzi Perduti, capita che si dichiari responsabile di alcune monellerie che non ha nemmeno commesso. Come Pennino e i Gemelli da grande lavorerà in un ufficio.
  • I Gemelli – Primo e Secondo Gemello di cui si conosce poco. L’autore ci dice che non è possibile descriverli “perché probabilmente descriveremo quello sbagliato”. Peter non ha mai capito cosa fossero i gemelli, e al suo gruppo non era concesso sapere qualcosa che lui non sapesse. Per questo motivo quei i due ragazzi erano sempre rimasti sul loro vero essere, e facevano del loro meglio nel soddisfare gli altri stando sempre insieme. Come Pennino e Ricciolo da grandi anche loro due lavoreranno in un ufficio.
  • Volpuccio: nome di uno dei bimbi sperduti, probabilmente (come anche la Walt Disney riprende), è uno dei due gemelli 
  • Orsetto: nome di uno dei bimbi sperduti, probabilmente (come anche la Walt Disney riprende), è uno dei due gemelli 

I Pirati

  • Giacomo Uncino (James Hook): capitano del Jolly Roger, dall’educazione sopraffina derivante dalla sua educazione a Eton, e da un diverso lignaggio sociale. I sui occhi sono azzurri come non-ti-scordar-di-me diventavano rossi nello scontro sanguinario col nemico. Dalla carnagione “cadaverica” di abbigliava ad imitare la foggia associata al nome di Carlo II, facendolo somigliare ala sfortunata famiglia Stuart. Era solito fumare da un bocchino doppio e ovviamente al posto della mano destra aveva un uncino, dopo che Peter Pan gliela tagliò. Fu l’unico uomo temuto dal Cuoco del Mare, il capitano Barbanera di cui era tra le altre cose nostromo; ed è un buon suonatore di clavicembalo. Uncino incontra la propria fine quando il Coccodrillo, che ha mangiato la sua mano, torna per finire il suo lavoro.
  • Spugna (Smee): è un pirata irlandese anticonformista e il nostromo della Jolly Roger. Smee è uno dei due pirati che sopravviverà al massacro di Peter Pan. Andrà in giro dicendo di essere l’unico uomo di cui Giacomo Uncino abbia mai avuto paura. Nella trasposizione disneyana questo nome gli varrà la foggia del pirata ubriaco che appunto beve come una “spugna”.
  • Gentleman Starkey: un tempo assistente maestro in una scuola, Starkey è uno dei due pirati che sopravviverà al massacro di Peter Pan; finirà col diventare baby-sitter nella Tribù dei Piccaninny. Il suo cappello fu dato, da Peter Pan, all’Uccello che non c’è, come nido.
  • Cecco: l’italiano, quello che incise il suo nome a lettere di sangue sulla schiena della prigione di Gao 
  • Denteduro: tatuato in ogni millimetro della sua pelle, e che sbaragliò sei dozzine di persone sul Tricheco, la nave del capitano Flint
  • Cambusa: il figlio del cuoco che si diceva fosse il fratello di Murphy il Nero
  • Gentiluomo: un tempo bidello in una scuola e tutt’ora cerimonioso nell’uccidere i nemici, l’unico insieme a Spugna a salvarsi dallo scontro finale con Pan e i suoi
  • Lanterna: figli di Morgan
  • Spugna: nostromo irlandese, un simpatico tipo che pugnala, per così dire, senza intenzione di far del male, e le cui buone maniere infondono simpatia nel prossimo come accade persino ai Bimbi perduti durante la loro prigionia. Porta gli occhiali, ed è l’unico insieme a Gentiluomo a salvarsi dallo scontro finale con Pan e i suoi
  • Lasagna: ha le mani legate all’indietro
  • Colonna: uno dei diciassette pirati del Jolly Roger
  • Massone: uno dei diciassette pirati del Jolly Roger
  • Testamento: quartiermastro del Jolly Roger

I Pellerossa

  • Piccaninny: i pellerossa che abitano sull’Isola
  • Delaware: altri pellerossa ma dal cuore più tenero rispetto ai Piccaninny
  • Huroni: altri pellerossa ma dal cuore più tenero rispetto ai Piccaninny
  • Giglio Tigrato(Tiger Lily): principessa indiana “dal sangue reale”, la più bella di tutte le veneri di colore che aveva rifiutato tutti i suoi pretendenti, facendoli a pezzi. Civetta fredda e ardente, a seconda dell’umore, è dunque orgogliosa e bella. Catturata dai pirati, quand’era stata vista salire a bordo della Jolly Roger con un coltello in bocca,  viene salvata da Peter Pan cui mostrò sempre una certa riconoscenza; evocando l’idea di una possibile unione “romantica” quando anche la stessa tribù inizi a chiamare il bambino col nome di Grande Padre Bianco.

Termini, luoghi & Nomi

  • Isolachenoncè(Neverland): luogo fantastico dove Peter Pan abita, e dove conduce i fratelli Darling. Insieme a casa Darling. Sul libro si trova scritto in un unica parola, ma molto più di frequente la si spezza in Isola che non c’è
  • al 14: numero civico di Casa Darling, che si trova esattamente al terzo piano di una strada di Londra
  • al 27: numero civico di un’abitazione dove i coniugi Darling si recano nella sera in cui i figli volano all’isola che non c’è
  • 17: numero complessivo dei pirati che compongono la ciurma del Jolly Roger
  • 15: quelli che periscono nello scontro finale con Pan e i suoi
  • bottone di corno: regalo che Peter Pan fa a Wendy, non avendo altro per sdebitarsi di averli cucito l’ombra. Lei prontamente lo indossa come ciondolo e sarà questi a salvargli la vita
  • bacio: nella sua totale ignoranza Peter Pan, non ha la minima idea di cosa sia un bacio (a differenza di Trilly), dunque per toglierlo dall’imbarazzo Wendy finge che sia un ditale
  • ditale: avendo una personalità forte e determinata, comunque Wendy vuole dare e auspicabilmente ricevere un vero bacio da Peter, quindi gliene da uno e lo chiama però, per colmare il gap di pochi attimi prima, col nome di ditale.
  • Giardino d’infanzia della signora Fulsom: scuola per bambini dove Nana è solita portare i “suoi pupilli”
  • Kensington: i noti giardini di Londra in cui Peter Pan fugge prima di arrivare all’isola che non c’è. È anche il luogo in cui ad oggi si trova la statua di Peter Pan in bronzo e dove James Matthew Barrie, incontrò i Davies per la prima volta insieme a Porthos
  • Johnny Cavatappi: la sciabola di Spugna, che era solito girare e rigirare nelle ferite proprio come un cavatappi
  • Golfo di Kid o Baia dei pirati: dove è ormeggiato il Jolly Roger
  • Laguna delle sirene: è di fatto un luogo appartato e affascinante dell’Isola che non c’è, ed è a conti fatti la “casa” delle sirene
  • La piccola casa: Vorrei una casa piccina, ma tanto, tanto carina, con rosse pareti allegre e il tetto di muschio verde (…) sulle pareti qualche finestra e fuori un giardino di rose e dentro di bimbi una giostra.
  • La casa sotterranea: composta di un unica stanza con un unico grande letto per tutti, è sotterranea per offrire ai bambini un luogo protetto dai pirati e vi si accede tramite degli alberi cavi.
  • L’alberochenoncè: cresceva al centro della casa sotterranea, e ogni mattina lo si segava fino al pavimento e mettendoci sopra una porta diventava un tavolo.
  • L’uccellochenoncè: il quale fece il nido su un albero affacciato sulla laguna e la cosa si rivelò essere molto utile, poiché da madre ella volle correre in salvo di Peter Pan, destinato alla morte sulla roccia che i pirati avevano destinato a Giglio Tigrato.
  • Roccia del Teschio: roccia nella Laguna delle Sirene, dove esse si sdraiavano di preferenza e si pettinavano i capelli con quel pigro languore che infastidiva Wendy.
  • Grande Padre Bianco: appellativo che i pellerossa danno sua Peter Pn in segno di rispetto dopo aver ha salvato Giglio Tigrato da una morte disonorevole, in acqua
  • Notte delle Notti: uncino trova il nascondiglio i bimbi vengono rapiti i pellerossa sconfitti con la loro stessa tecnica e Wendi con tutti e otto i bambini (tranne Peter Pan) decidono di tornare a casa.
  • Filippone: è il grande cannone del Jolly Roger, che i pirati usano per attaccare Peter Pan quando torna con i Darling all’Isola che non c’è
  • Territori di Caccia: una sorta di Campi Elisi, di paradiso dei Pellerossa ai quali questi possono accedere esclusivamente se la loro morte avviene sulla terra ferma; proprio per questo quando i pirati rapiscono Giglio tigrato scelgono come luogo di morte la Roccia del Teschio, poiché più della morte per un guerriero c’è l’umiliazione e l’impossibilità di raggiungere appunto i Territori di Caccia.

Titolo originale:  Peter Pan and Wendy

Autore: James Matthew Barrie

Prima pubblicazione: 1911

Prima pubblicazione in Italia: I edizione Oscar Mondadori 1996

La mia edizione: I Edizione – IX ristampa 2006

Editore italiano: Mondadori

Collana: Oscar Mondadori

Genere: Romanzo, Ragazzi

Numero di pagine: 193

Preceduto da: Little Mary (1903)

Seguito daPantaloon (1905)

CAPITOLI

  • 1. Presentazione di Peter
  • 2. L’ombra
  • 3. Venite via, venite via!
  • 4. Il volo
  • 5. L’isola diventa vera
  • 6. La piccola casa
  • 7. La casa sotterranea
  • 8. La Laguna delle Sirene
  • 9. L’Uccellochenoncè
  • 10. La casetta felice
  • 11. Il racconto do Wendy
  • 12. I bambini sono rapiti
  • 13. Credete alle fate?
  • 14. Il galeone dei pirati
  • 15. “O Uncino o io, questa volta!”
  • 16. Il ritorno a casa
  • 17. Wendy diventa grande

Il libro dei perché | Gianni Rodari

Il libro dei perché e La posta dei perché erano i titoli di due rubriche per bambini tenute da Gianni Rodari su l’Unità dal 1955 al 1985, in questo libro ne troviamo una raccolta di 145…di perché!

Presupposto che anche gli adulti possono scegliere di leggere libri per bambini vorrei evidenziare, dopo aver letto Il libro dei perché di Gianni Rodari, quali sono appunto le motivazioni che portano un adulto ad andare in libreria, e dopo essersi diretto nella sezione ragazzi, comprare un libro che è stato scritto da un autore, che si immaginava come pubblico (esclusivo) dei bambini.


Ebbene, in questo caso, ci troviamo ad avere a che fare con un adulto che paradossalmente scopre la propria maturità, la propria saggezza per certi versi.

Com’è povero un cielo senza sole,

un uomo senza sogni…

PERCHÉ QUANDO DORMO SOGNO?

Leggere un libro per bambini, significa impegnarsi a trovare il vero significato delle parole, la morale che si vorrebbe/dovrebbe trasmettere ad un bambino. Significa saper trovare i perché che si celano dietro le domande e gli eventi che in fondo tutti noi, adulti e bambini, ci poniamo.

In tutte le cose vedi un perché

PERCHÉ SCRIVI SEMPRE LE TUE STORIELLE IN VERSI?

In parole semplici, ritengo che scegliere una simile lettura, significhi aver acquisito un profondo senso di responsabilità civica e personale.


Il libro dei perché di Gianni Rodari è di fatto una raccolta delle domande, e quindi delle risposte che lo scrittore di Amegna riporta nella rubrica che cura per il quotidiano l’Avanti.

(…) le filastrocche: una musichetta fatta

per far ballare allegramente i pensieri,

non per costringerli a pensare cose difficili.

PERCHÉ NON CI FAI IL BIS DELLE CANZONCINE BISLACCHE?

Tutti i bambini che hanno potuto scrivere, e quindi leggere la risposta ai propri perché, sono stati davvero fortunati. Ma lo siamo anche noi che ne leggiamo questa edizione postuma. E siamo davvero fortunati in quanto ogni perché è accompagnato da un azzeccatissimo disegno, al pari (per pertinenza), di quelli che troviamo nell’Ickabog di J.K.Rowling, solo che in questo caso i disegni sono di Giulia Orecchia, un’adulta.

Inoltre, così raccolti questi quesiti, ci sorprendono perché ci mostrano tanto quelle che sono le domande che illuminano la mente dei bambini, tanto la capacità del Rodari di rispondere a tutte!


Scopriremo che alcune ci piacciono più di altre, che alcune sono e saranno sempre attuali, altre invece affrontano tematiche che purtroppo non siamo ancora riusciti a risolvere, nonostante siano trascorsi svariati anni.

Il libro dei perché e La posta dei perché erano i titoli di due rubriche per bambini tenute da Gianni Rodari su l’Unità dal 1955 al 1985, ecco infatti che alcune domande, figlie “del loro tempo”, oggi suonano nelle nostre orecchie come “passate”. Tuttavia non possiamo che coglierne quello spirito pedagogico, che è il filo conduttore non solo di questa selezione di 145 perché, ma dell’intera rubrica e produzione rodariana.

Di fatto a questo ex insegnante delle scuole elementari, si deve l’onore di aver 

sottratto la letteratura per l’infanzia

al limbo di una produzione minore

rammentandoci, in questo caso, che

il gioco dei perché è il più vecchio del mondo.

Prima ancora di imparare a parlare l’uomo doveva

avere nella testa un gran punto interrogativo 

Le tematiche principali affrontate ne Il libro dei perché, sono

  • la famiglia
  • il denaro
  • la politica
  • la censura
  • il razzismo
  • l’ecologia
  • la natura

Ci pensano il sole e le stelle a dare

le informazioni che l’orologio non porta.

PERCHÉ L’OROLOGIO PORTA SOLO 12 ORE E NON 24?
  • la scienza
  • il senso di responsabilità

Sei tu che scappi via, e poi

dai la colpa alle piante, poverette.

PERCHÉ QUANDO VADO IN TRENO GLI ALBERI CORRONO?
  • la tecnologia 
  • l’intelligenza

Pensa dieci parole prima di dirne due sole

PERCHÉ SI DICE “STUPIDO COME UN’OCA”?

Non accendere fulmini

se non vuoi le tempeste.

Non ha deu cervelli

chi non ha due teste.

Non vada nel pineto

chi ha paura del pino.

Non vada lontano

chi vuol morir vicino.

PERCHÉ NON PARLI PIÚ DEI PROVERBI? NE VORREI QUALCUNO DI NUOVO, MAGARI DA RIDERE
  • la felicità

(…) quelli che non si stancano mai di cercare e di lottare e di fare,

vi riescono, e credo possano essere felici per tutta la vita

VORREI SAPERE IN CHE CONSISTE LA FELICITÀ E SE SI PUÓ ESSERE FELICI TUTTA LA VITA
  • il diritto alla cultura e alla casa
  • le credenze popolari e culturali

Intanto che si mettono d’accordo [i proverbi],

andiamo avanti per la nostra strada.

PERCHÉ BISOGNA LUCIDARE LE SCARPE?
  • la coesione, la collettività e il bene comune

Non c’è posto per fare la guerra,

statevi in pace, gente con gente.

PERCHÉ GLI SCIENZIATI VOGLIONO ANDAR SULLA LUNA?

Pensate che quando stavamo insieme eravamo una bella poltrona!

PERCHÉ IN CERTI PAESI NON SI ADOPERANO LE SEDIE?

Cancella i nomi, ne fanno un solo mare…

PERCHÉ L’ACQUA NEI FIUMI É TORBIDA?
  • l’onestà 

Se non vuoi farla sentire a tutti,

vuol dire che non è una cosa bella, e allora è meglio non dirla.

PERCHÉ NON BISOGNA PARLARE NELLE ORECCHIE PER NON FAR SENTIRE A TUTTI?

Ma la cosa importante è ancora molto semplice: ed è dire sempre la verità.

PERCHÉ SI PARLA?
  • altruismo

(…) fare del bene non è mica un commercio

PERCHÉ SI DICE “É COME LAVARE LA TESTA ALL’ASINO”?
  • l’azione intesa come antitesi al “chiudere gli occhi”

Rimbocca le maniche:

bisogna raddrizzarlo…

PERCHÉ SI NASCE?
  • il lavoro femminile 

(…) perché è una donna che lavora:

una donna importante, e brava.

PERCHÉ MIA MAMMA DEVE ANDARE A LAVORARE TUTTI I GIORNI, INVECE CHE RESTARE A CASA COME PIACEREBBE A ME E AI MIEI FRATELLINI?
  • l’ambizione

Andremo lontano

se ne avremo coraggio.

PERCHÉ NON SENTIAMO LA TERRA GIRARE?
  • la positività e l’ottimismo 

Piove perché c’è il sole

PERCHÉ PIOVE?
  • le buone e le cattive abitudini 

Forse fumiamo perché non riflettiamo abbastanza

PERCHÉ GLI UOMINI FUMANO?
  • la vita e il suo significato 

Non si studia soltanto sui libri

PERCHÉ SI DEVE STUDIARE?

Tutti questi punti vengono affrontati dal Rodari, prendendo in prestito i 

Vecchi Proverbi

ma anche inventando filastrocche e canzonette, per spiegare meglio ciò che può essere spiegato o per volgere la mente altrove, quando una risposta che sia soddisfacente, viene meno.

La testa del chiodo

La palma della mano

i datteri non fa:

sulla pianta del piede

chi si arrampicherà?

Non porta scarpe il tavolo:

su quattro piedi sta.

Il treno non scodinzola,

ma la coda ce l’ha.

Anche il chiodo ha un testa

però non ci ragiona:

la stessa cosa capita

a più di una persona.


Probabilmente un bambino che legge, o al quale viene letto un libro di Gianni Rodari, non riesce a carpirne nell’immediato il significato, ma una cosa è certa: che la musicalità dell’intera produzione rodariana, che ne Il libro dei perché raggiunge livelli davvero impareggiabili, rimane nella mente tanto del piccolo che del grande lettore, come un seme 

Le pesche maturano alla loro stagione (…)

Così è nella storia: certe cose avvengono soltanto quando sono mature,

cioè quando tutto è preparato perché possano avere successo


PERCHÉ LA STAMPA NON È STATA INVENTATA PRIMA, PER ESEMPIO DAI ROMANI?

che attende che il terreno sia pronto a consentirgli di diventare ciò che è già, nonostante ancora non lo sappia.

Ma che sarò, che sarò mai?

Dimmelo tu, piccola pozza, se lo sai.


COSA VUOLE DIRE “PRESUNTUOSO”?

Il senso stesso del perché, è indice di vitalità, di voglia di conoscenza e quindi di vita. È come se si esprimesse un desiderio, certi del fatto di poterlo realizzare nell’esatto momento in cui riceviamo risposta alla nostra domanda:

I desideri sono come sproni che ci si ficcano nei fianchi

e ci mandano avanti: fin che desideriamo qualcosa siamo vivi,

abbiamo voglia do muoverci e di fare, cioè di vivere.

PERCHÉ SI RIDE?

Titolo originale:  Il libro dei perché

Autore: Giovanni Francesco Rodari, detto Gianni 

Prima pubblicazione: 1984

Prima pubblicazione in Italia: 1984

La mia edizione: 2014, IV ristampa

Editore italiano: Einaudi Ragazzi

Collana: La biblioteca di Gianni Rodari

Genere: Ragazzi

Numero di pagine: 182

Preceduto da: Atalanta. Una fanciulla nella Grecia degli dei e degli eroi (pubblicazione postuma)

Seguito da: Giochi nell’URSS. Appunti di viaggio (pubblicazione postuma)

Il piccolo Principe | Antoine de Saint-Exupéry

Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry venne pubblicato nel 1943 e da allora viene letto dai bambini e da quegli adulti che si ricordano, che una volta lo sono stati.

La prima volta che lessi Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry non lo capii davvero. Mi parve anzi una lettura obbligata e sopravvalutata.

La verità è che all’epoca ero troppo acerba per comprenderlo, e non avevo un “altro adulto” al mio fianco a tentare di spiegarmi qualcosa, che con il mio metro di allora probabilmente non avrei comunque capito.

Era il Maggio del 2014.

Nel 2020, anno in cui decido di riprendere in mano vecchie letture, approcciandomi a queste come fosse la prima volta, mi ritrovo a comprenderne il significato profondo, quello che ha reso Il piccolo principe, uno dei bambini (libri) più famosi al mondo, la cui storia viene letta dagli adulti e spiegata dai bambini.

Tutti i grandi sono stati bambini una volta.

(Ma pochi di essi se ne ricordano).

Il bambino biondo, protagonista di questo racconto breve è, nella mia chiave di lettura (perché ad oggi non ho avuto il piacere di confrontarmi ne’ con adulti ne’ con bambini, su questa lettura), non il bambino che c’è in ciascuno di noi, quanto piuttosto una lente, un consigliere, che ci permette di vedere la realtà di quella che è la nostra vita, la sua essenza nel momento in cui la priviamo delle sovrastrutture.

Ecco appunto cosa rappresentano l’elefante dentro un boa,

“E’ un cappello”.

Mi abbassavo al suo livello

e la pecora che dorme dentro la sua scatola…

Questa è soltanto la sua casetta. La pecora che volevi sta dentro.

… non tutto infatti può essere visto con gli occhi!

Quando uno vuole una pecora è la prova che esiste.

L’astronomo turco invece rappresenta la mancanza assoluta di fede, la necessità di conoscere esclusivamente attraverso prove empiriche, che vengono opportunamente catalogate con serie di lettere e numeri, riducendo ogni esperienza a un “punto” su una lista, ben etichettato e schematizzato.

Ecco perché un pianeta come quello del piccolo principe non avrebbe mai potuto chiamarsi “Il pianeta del piccolo principe” ma è stato chiamato asteroide B612.

Però fate una prova: voi, quale tra i due “nomi”, vi ricordate davvero?


Ovviamente solo un bambino può far dono ad un adulto di una lente così potente nella sua semplicità, perché appunto gli adulti, noi adulti

  • siamo troppo impegnati a dettare regole (Re),
  • a vantarci dei nostri risultati o presunti tali (Vanitoso),
  • a girarci dall’altra parte di fronte alle cose davvero importanti (Ubriacone),
  • a contare e quantificare cose che non sono nate per essere contate (Uomo d’affari),

perché credeva che contandole gli sarebbero appartenute

  • ▪ a fare e rifare qualcosa, incapaci di adeguare quel qualcosa alla nuova vita che stiamo vivendo (Lampionaio),
  • ad avere troppa paura per vivere davvero (Geografo).

La stessa Rosa, rappresenta non solo l’amore (con tutte le sue imperfezioni), quanto piuttosto la casa, l’appartenenza, la cura.

Soprattutto la capacità di tutto questo di essere totalizzante, quasi ingombrante nella vita di ciascuno di noi. Tant’è che a volte siamo spinti ad allontanarci, a intraprendere un viaggio che possa mostrarci altro, 

Io credo che egli approfittò,

per venirsene via,

di una migrazione di uccelli selvatici.

dandoci in questo modo la possibilità di renderci conto, che tutto ciò di cui abbiamo bisogno, è di prenderci cura l’uno dell’altro in maniera vicendevole, dimostrandoci amore.

L’essenziale è invisibile agli occhi.

Tutto il resto, in effetti, è utile solo nel momento in cui ci consente di assolvere a quest’unico vero compito. 

Un mondo meraviglioso,

fatto di poche cose ma tutte importanti.

Ecco che il piccolo principe ha bisogno solo di acqua per innaffiare il suo fiore, una campana e un paravento per proteggerlo e garantirgli un futuro, una spazzola per spazzare i camini di tutti i suoi vulcani, una pala per estirpare i pericolosi baobab, e la forza unita alla costanza per fare tutto questo. Ma soprattutto la presenza e la pazienza.

Bisogna essere molto pazienti.

La stessa volpe glielo insegnerà: la cosa più importante non è essere costantemente gli uni insieme agli altri, ma esserci nel momento in cui si è detto che ci saremmo stati!

Questo crea fiducia, legame e certezza che l’atro ci sarà per noi e noi per l’altro, perché saranno le azioni e non le parole, ad aver costruito e consolidato questa unione.

Le parole sono una fonte di malintesi.

In questo modo ci addomesticheremo e scopriremo che la stessa attesa, il tempo che ci tiene separati, in realtà ci unisce e ci rende consapevoli della fugacità del tempo e quindi ancora più capaci di apprezzare il dono di ogni singolo istante.

Scoprirò il prezzo della felicità!

Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai

a che ora prepararmi il cuore…ci vogliono i riti.

E ancor ci insegna che ogni giorno, ogni momento può speciale, se noi gli diamo questa possibilità.

“Che cos’è un rito?”

É quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni,

un’ora dalle altre ore.


Sulla Terra, soprattutto quando si diventa adulti, non è facile essere costanti, e questo il lampionaio ce lo insegna bene. 

Ma c’è un’altra qualità che il biondo bambino di sei anni ci insegna a suo modo, ed è la caparbietà. Quella dote che ci consente di ottenere ciò che vogliamo, e che è per noi irrinunciabile; anzi, quasi propedeutico alla nostra stessa capacità di continuare a vivere.

Il piccolo principe non rinunciava mai a una domanda che aveva fatta.

Certo è, che c’è sempre un giusto prezzo da pagare, qualcosa da dare o da accettare in cambio di qualcosa di davvero speciale, un sacrificio per cui vale la pena.

Devo pur sopportare qualche bruco se voglio conoscere le farfalle.

Così come è altrettanto importante essere ragionevoli e chiedere, tanto a noi stessi quanto agli altri, soltanto ciò che è in nostro (o in loro) potere raggiungere,

Se ordinassi a un generale di trasformarsi in un uccello marino,

e se il generale non ubbidisse, non sarebbe

colpa del generale. Sarebbe colpa mia.

perché non si può ottenere l’impossibile, a meno che non sia possibile. 

Esatto. Bisogna esigere da ciascuno quello che ciascuno può dare.

(…)

L’autorità riposa prima di tutto sulla ragione.

(…)

Ho diritto a esigere l’ubbidienza perché i miei ordini sono ragionevoli.

Ma se tutto questo sembra in un qualche modo fattibile, e alla portata di tutti, c’è qualcosa che è ad appannaggio di pochi: la saggezza. Quella capacità di giudicare bene ed equamente non soltanto gli altri ma anche, e soprattutto, se stessi.

“Giudicherai te stesso”, gli rispose il re. “É la cosa più difficile. É molto più difficile giudicare se stessi che gli altri. Se riesci a giudicarti bene è segno che sei veramente un saggio”

Ed è chiaro che solo dopo un’onesta valutazione possiamo ammirare qualcosa o qualcuno, ma soprattutto ciò che dobbiamo assolutamente, che ciascuno di noi dovrebbe fare, è ammirare se stesso, poiché solo questo sentimento può darci la misura di che genere di persone siamo, con noi stessi e con gli altri.

Ti ammiro, ma tu che te ne fai?

Probabilmente così come giudicare se stessi è la cosa più difficile, anche ammirare se stessi richiede il medesimo sforzo e impegno, poiché per guardare gli altri possiamo volgere lo sguardo altrove, se ciò che stiamo osservando non ci piace. 

Ma tutt’altra faccenda è quando guardiamo noi stessi, poiché se quello che vediamo riflesso nello specchio non ci piace, allora l’unica cosa che si può fare è impegnarci a cambiare la nostra essenza così da apprezzarne, ammirarne quindi, il riflesso.


Chiunque sia in grado di fare questo, è una persona di grande valore.

E per farci capire l’importanza di affrontare ciò che la vita ci mette davanti, ci imbattiamo nella figura dell’ubriacone il quale piuttosto che affrontare i propri errori, preferisce girarsi dall’altra parte (annebbiarsi la vista bevendo), per non vedere i propri errori o la propria incapacità.

Per dimenticare che ho vergogna 

Siamo costantemente messi davanti a una scelta di qualche genere ed in questo caso la scelta è il cambiamento: continuare ad agire come si è sempre fatto (bottiglie vuote) o cambiare, e quindi ottenere qualcosa di diverso (bottiglie piene)? 

Ma come ci insegna il piccolo principe, non è cosa per tutti.


Molto interessante, e soprattutto attuale è la figura dell’uomo d’affari.

Sono un uomo serio, io, non mi diverto con delle frottole.

Si potrebbe pensare che l’uomo d’affari sia avido, ebbene lo è! Tuttavia la sua caratteristica preponderante è l’egoismo, la sua volontà di possedere qualcosa, per la sua unica soddisfazione, anche a costo di privare chiunque altro di quel qualcosa, pur non avendone diritto alcuno. 

Possedere l’impossibile è un ossimoro talmente palese, che solo qualcuno di davvero “accecato” non se ne renderebbe conto. Ma cosa aspettarsi da una persona che è cieca anche di fronte alle sue stesse esigenze,

(…) non sono stato disturbato che tre volte.

La prima volta (…) da una melolonta

(…)

la seconda da una crisi di reumatismi.

Non mi muovo mai (…) La terza volta…eccolo!

e che vive i propri bisogni fisiologici come il camminare, il sorridersi l’un l’altro, il relazionarsi…come una distrazione, qualcosa da cui fuggire?!

E poi, viene da chiedersi a cosa serve possedere qualcosa che non ha bisogno delle nostre cure, o verso la/e quale/i non abbiamo intenzione di offrirgliele?

Per fortuna il piccolo principe è diverso, Lui si occupa di ciò che possiede!


Difficile scegliere quale sia l’insegnamento più importante che troviamo ne Il piccolo principe, o quale sia il personaggio/simbolo che ciascuno di noi preferisce.

Eppure due sono quelli che da adulto insegnerei ad un bambino, e corrispondono alla figura del lampionaio e del serpente (e chissà, che con l’occasione, si scongiuri anche una delle paure più diffuse tra gli adulti).

Il lampionaio ci insegna da un lato la costanza e dall’altro la capacità di modellare le nostre azioni, in base ai cambiamenti che si manifestano nella nostra vita. Ma l’insegnamento più importante, è l’amore per ciò che fa ogni giorno, 

E’ una bellissima occupazione, ed è veramente utile, perché è bella

[e il mondo ha un enorme bisogno di bellezza]

e il lampionaio, quello che fa, lo fa davvero tante volte, dato che il sole tramontava ben

millequattrocentoquaranta (volte) nelle ventiquattro ore!

e soprattutto la capacità di rendere ciò che si fa, utile anche ad altri oltre che a noi stessi, poiché se così facessimo tutti, ciascuno si occuperebbe dell’altro e avremmo tutti ciò di cui abbiamo bisogno e vogliamo, costruendo e vivendo un mondo davvero felice e sazio di qualunque cosa, 

Forse perché si occupa di altro che non di se stesso.

nella giusta misura.

(…) i grandi (…) si immaginano di occupare molto posto.

Si vedono importanti come dei baobab.

La “lezione” del serpente non sta invece nella sua velenosa pericolosità, nonostante ciò corrisponda a realtà, quanto piuttosto nell’imparare a non giudicare mai dalle apparenze

(sono) sottile come un dito (…) Ma sono più potente di un dito di un re.

…e a ben pensarci, noi adulti stiamo (leggendo e capendo questo racconto, in bilico tra l’autobiografico e il fantastico) prendendo lezioni di vita da un biondo principe bambino di sei anni, che vive su un asteroide con tre vulcani (di cui uno spento, “ma non si sa mai..”) e una rosa!


E poi c’è una domanda davvero importante che il piccolo principe fa al serpente

“Ma perché parli sempre per enigmi?”

“Li risolvo tutti”

E quale premio migliore se non quello di tornare a casa, dopo avere trovato risposta a importanti domande, aver fatto nuove scoperte e conquiste? 

Gli uomini? (…) non hanno radici e questo li imbarazza molto.

Casa è ciò che quando manca, (e un soldato in missione, quale fu Antoine de Saint-Exupéry, lo sa bene) manca davvero. Ma che quando c’è, ci ripaga di ogni sforzo fatto, premiandoci (anche) con un tramonto, o più d’uno.

In fondo sarebbe davvero meraviglioso poter vedere ben quarantatré tramonti in un solo giorno,

Un giorno ho visto il sole tramontare quarantatré volte!

e per noi che abitiamo sul pianeta Terra, il settimo che il piccolo principe visita, e dove incontra tra gli altri anche il pilota, deve essere un’esperienza simile a quella di guardare il cielo quando c’è l’aurora boreale.

Asteroidi visitati

  • 325: il primo asteroide, il Re vestito di porpora e d’ermellino
  • 326: il secondo asteroide, il Vanitoso
  • 327: il terzo asteroide, l’Ubriacone
  • 328: il quarto asteroide, l’Uomo d’affari
  • 329: il quinto asteroide, il Lampionaio
  • 330: il sesto asteroide, il Geografo
  • Terra: il settimo pianeta

Personaggi &…

  • Il piccolo principe
  • Il pilota
  • La rosa
  • il Re vestito di porpora e d’ermellino
  • il Vanitoso
  • l’Uomo d’affari
  • il Lampionaio
  • il Geografo
  • La volpe
  • Il serpente

Titolo originale:  Le Petit Prince

Autore: Antoine de Saint-Exupéry

Prima pubblicazione: 1943

Prima pubblicazione in Italia: 1949

La mia edizione: 2007

Editore italiano: Bompiani

Collana: –

Genere: Racconto, Ragazzi

Numero di pagine: 122

Preceduto da: Pilota di guerra

Seguito da: Lettera a un ostaggio