Il Frankenstein di Shelley ci spiega 2 ferite dell’anima: l’abbandono e il rifiuto.

Il Frankenstein di Shelley ci spiega 2 ferite dell’anima: l’abbandono e il rifiuto.

Copertina libro La regina degli scacchi di Walter Tevis

ROMANZO – GRANDI CLASSICIHORROR & GOTICO

Il Frankenstein di Shelley ci spiega 2 ferite dell’anima: l’abbandono e il rifiuto.

Leggere Frankenstein con le lenti della Spiritualità è un’esperienza evolutiva. Spogliando il “mostro” delle sue ombre ecco che diventa archetipo delle difficoltà che l’essere umano incontra quando guarisce la sua anima dalle ferite più profonde.

13 DICEMBRE 2025 – TORINO

ROMANZO – GRANDI CLASSICIHORROR & GOTICO

Frankenstein di Mary Shelley. Ecco la mia recensione.

Non è stata la prima volta e non sarà l’ultima.

Forse perché sono Lettrice di Registri Akashici ma i libri che leggo sono tessere del mosaico che è la mia vita.
Quando prendiamo in mano un libro crediamo di essere noi a leggerlo ma in realtà “è lui” che ci legge e al contempo ci dà la possibilità di leggerci mentre lo sguardo scorre fra le parole dette e non dette dell’autore. Almeno se gli lasciamo questo spazio.

 

E se ci sono libri che “ci leggono” ci sono anche quelli che che ci aspettano.

Frankenstein è stato così per me.
L’ho acquistato tre anni prima di leggerlo davvero.

Un richiamo come sempre mi ha mossa a portarlo con me…in attesa.

Oggi so che non avevo gli strumenti per dargli una lettura oltre la cultura gotica di massa.

Di fatto l’ho scelto/mi ha scelta quando ancora non avevo sbloccato pienamente la mia coscienza e la mia competenza spirituale. Un libro rimasto in silenzio, come se sapesse che non era ancora il tempo giusto.

Aveva ragione.

Oltre la storia gotica troviamo di più.
Una mappa dell’anima ferita.
Un archetipo potentissimo di ciò che siamo prima di guarire.

E questa mia riflessione è certamente fuori dall’ordinario ma non lo è anche la “creatura” che è nata dal genio di Mary Shelley?!

Frankenstein come archetipo: ciò che siamo prima di guarire

Frankenstein non è un mostro.
Frankenstein è un patchwork un assemblaggio di ciò a cui il nostro inconscio ci ha esposto e in cui ci ha trasformato.

 

È ciò che diventiamo quando siamo un esperimento di esperienze non integrate, di ferite mai guardate, di parti di noi che hanno imparato a sopravvivere invece che a vivere.

Un’entità che sentiamo di non aver scelto perché è la nostra parte animica e quindi (ancora) inconscia ad avere in mano le redini della nostra vita.
La creatura è lo specchio dell’essere umano non ancora guarito, non ancora intero, non ancora accolto.

Il gotico, allora, non è il fine o lo stile.
È un velo.
Un linguaggio simbolico che nasconde, e al tempo stesso rivela, una verità profondamente umana: quando non siamo integrati, facciamo paura. Prima a noi stessi. Poi al mondo.

Quando non sappiamo chi siamo e pensiamo di non esserci scelti il nostro passo nel mondo è pesante e devastante prima di incontrare la leggerezza della consapevolezza.

La saggezza di Frankenstein, un libro che mi ha aspettata

Come già detto ho acquistato questo libro anni fa, quando ancora non avevo le parole, né gli strumenti, per leggerlo davvero l’oltre che nasconde.
L’ho ripreso in mano durante uno dei miei “viaggi interiori” ultimato con l’ennesimo treno fra Torino e Milano, nel momento esatto in cui il mio sguardo era intenzionalmente e definitivamente cambiato.

Il tempo giusto non è mai casuale.
E soprattutto non si può programmare.

Semplicemente ci muoviamo nella sua direzione per poi lasciarci travolgere dagli eventi a volte soffici a volte brutali. Stavolta ho sperimentato la bellezza di un momento morbido.

Ci sono letture che accadono solo quando la coscienza è pronta a sostenere ciò che rivelano. Frankenstein nel suo essere gotico semplicemente è crudo e quindi non artefatto, eppure se lo leggi quando non sei allineat* ti perdi un mondo e resta una storia oscura.

Se lo leggi quando sei pront*, diventa uno specchio sacro.

Libro La regina degli scacchi di Walter Tevis chiuso in mano
Libro La regina degli scacchi aperto durante la lettura
Dorso del libro La regina degli scacchi di Walter Tevis

Leggere Frankenstein con gli occhi della spiritualità

Il mio stato d’animo, durante questa lettura, è stato uno solo: empatia.

Empatia per la creatura.

Ma anche il sentire profondamente chi sono dovuta essere per diventare chi sono oggi.


Tra le righe, e oltre lo standard della cultura di massa, si manifesta un messaggio “sottile”, evolutivo, profondamente animico.

Leggere Frankenstein con gli occhi della spiritualità significa togliere il nero del gotico e vedere ciò che resta quando il buio non serve più a spaventare, ma a comprendere.

A vedere.

Vedere profondamente nel buio del vuoto, della solitudine e dell’abbandono.
E ciò che resta è una domanda antica: cosa succede all’anima quando non viene vista?

La ferita del rifiuto: quando non veniamo visti

La ferita del rifiuto è il primo battito del cuore del “mostro”.

La creatura viene rifiutata dal suo stesso creatore, respinta dallo sguardo umano, esclusa prima ancora di poter esistere davvero.
Non viene vista. Non viene riconosciuta. Non viene scelta.

Da qui nasce la rabbia.
Una rabbia che non è assenza d’anima
(come Victor il suo creatore ha creduto fin quasi alla fine) ma frustrazione che diventa disperazione nel non sapere come spezzare il loop nel quale ci si sente incastrati e impotenti.
È il dolore di chi sente di esistere, ma non trova uno spazio in nessun mondo che lo accolga.

Quando non veniamo visti, iniziamo a urlare.
E se nessuno ascolta, impariamo a ferire.

Finché il ferire che sia noi stessi o gli altri nel processo evolutivo non si trasforma in atto di protezione, di recinzione (confini personali e protezione verso chi e cosa amiamo) e creazione di un Mondo che sa essere nostro.

Nel libro ritroviamo l’atto creativo di un nuovo mondo quando la Creatura Frankenstein fa esperienza del “Mondo Casa”, per chi come noi ha l’imprenditoria come Missione animica significa creare il proprio Spazio Sacro in cui accogliere ed evolvere ancora.

La ferita dell’abbandono: quando veniamo lasciati soli

L’abbandono è una ferita dell’anima che grida forte.

Un grido che è il suono disperato della Creatura quando nel nulla ecosistemico di ciò che gli è intorno, esprime se stesso nell’unico modo che sente suo.

La sua forza.

Il suo corpo.

La sua determinazione che qui è sete di vendetta fomentata dalla sensazione di costrizione interiore.

Ed è lì che la rabbia esplode.

É lì che questo tremendo sentire vuole uscire fuori.

Che sia per creare o distruggere alla Creatura (e a noi, in una fase pre-spirituale) non importa.

Il troppo sentire diventa un tumore di cui liberarsi. Una massa informe di energia densa da strappare dal nostro corpo [ti rimando alla pratica energetica in cui puoi rimuovere masse dense dal tuo corpo: Sfera nera e oro ad alta quota]

 

Ciascuno di noi la ferita dell’abbandono l’ha vissuta (e ri-vissuta) in questa vita e in molte altre prima di questa.
E Frankenstein la incarna in modo crudele e perfetto.

La creatura viene lasciata senza guida, senza nome, senza casa.
Nessuno gli insegna chi è. Nessuno gli mostra come stare nel mondo.

Nessuno ha creato un mondo che potesse accoglierlo al suo arrivo [e qui si potrebbero aprire parentesi parallele sulla genitorialità consapevole, letta persino in un’ottica bilaterale…].

L’abbandono genera smarrimento.
E lo smarrimento, se non accolto, si trasforma in vendetta.

Non perché la vendetta sia giusta (nel senso di evolutiva), ma perché è l’unico linguaggio che resta a chi non ha mai imparato a trasformare il dolore in senso.

Solo quando arrivi qui sei davvero liber*.

La solitudine dell’evoluzione e il vivere ai margini

Frankenstein vaga in luoghi remoti, si nasconde, vive ai margini.
Proprio come accade a chi sta evolvendo senza ancora avere gli strumenti per farlo.

É un movimento cieco e incessante.

É un avanzare tormentato e profondo.

C’è una solitudine particolare che accompagna l’evoluzione (ma anche l’imprenditoria…sono certa che sai si cosa parlo…): quella di chi sente che non può più tornare indietro, ma non sa ancora dove andare.
La vendetta, allora, diventa un tentativo brutale, e non evolutivo/elevato, di liberarsi da un peso enorme.

La rabbia di Frankenstein nasce dal fatto di non avere strumenti per evolvere.
Vive la tremenda frustrazione di essere incastrato in un limbo che sente di non aver scelto.
Esattamente come accade quando siamo intrappolati in un loop che la nostra parte subconscia ci ripropone ancora e ancora, come un tormento senza fine.

Il tempo animico non è mai casuale

Ho scritto questa recensione il 13 dicembre 2025, il giorno dopo il portale 12/12, in un anno a energia 9.
Il giorno dopo essere stata a Milano per un evento dal vivo che poggiandosi sulle basi costruite fin qui ha smosso la giusta energia per la mia evoluzione futura come donna e imprenditrice.

Oggi che scrivo apprendo la notizia che stanotte (nel pieno del portale energetico) la mia storica insegnante di danza si spegne per sempre.

Stamattina ancora non lo sapevo.

Nel mio channeling mattutino lei mi è apparsa: evidentemente era un saluto e se n’è andata ricordandomi una cosa importante per me.

Sei un’artista.

Non le ho mai creduto.

Stamattina nel riaffiorare delle sue parole ho pianto.

Questa è la sua eredità per me.

La onorerò al mio meglio.

 

Nulla è stato casuale.
Nemmeno questa lettura.
Nemmeno questo momento.

Nemmeno il mio (possibile) rimanere a Milano qualche ora in più senza farlo davvero.

 

Quando l’anima è pronta a chiudere un ciclo ciò che è funzionale ci attiva per chiudere i cerchi ancora aperti e per darci i doni che servono al nuovo ciclo in cui stiamo per entrare.

 

Varca la soglia.

Rileggere Frankenstein da adulti: oltre il gotico

Rileggere Frankenstein in età adulta significa spogliarlo dell’horror e riconoscerlo per ciò che è: un Maestro Oscuro.

Non un mostro da temere, ma una coscienza ferita da comprendere.
Un insegnamento animico che ci invita a guardare ciò che diventa distruttivo quando non viene guarito.

Ci ricorda che nero, o gotico in questo caso, è solo ciò che ancora non abbiamo integrato. 

Ci ricorda che la tenebra è la fase prima della luce.

Frankenstein non chiede giudizio.
Chiede integrazione.

Morale: rimanere in bilico fra rabbia e non appartenenza finché non guariamo

Finché non guariamo le nostre ferite, restiamo in bilico.
Fra rabbia e non appartenenza.
Fra desiderio di essere visti e paura di esserlo davvero.

Guarire significa diventare integri.

Significa smettere di respingere chi siamo e l’altro.

Significa diventare il nostro stesso Mondo e scegliere da questa nuova dimensione se accogliere altri al suo interno e quindi intrecciare ciò che per noi abbiamo creato, con i mondi altrui.
Di fatto solo quando siamo integri possiamo scegliere il luogo, il contesto, il mondo a cui appartenere.

Osservando le dinamiche attraverso le quali ho vissuto questo Grande Classico ritengo che possa trovare il suo lettore/lettrice o all’inizio del suo percorso evolutivo per mostrargli le sue ombre; oppure quando l’evoluzione è completa per mostrargli la luce che ha portato dentro di sé.

E se vuoi gli strumenti per passare da ombra a luce all’interno di Spiritual CEO Academy trovi un’intera Libreria di risorse gratuite create appositamente per condurti in questa transizione.

Sinossi

Victor Frankenstein, giovane studioso assetato di conoscenza, spinto dal desiderio di superare i limiti della scienza, riesce a dare vita a una creatura assemblata a partire da frammenti umani.
Ma ciò che nasce dal suo esperimento non è il trionfo della ragione: è un essere sensibile, potente, incompreso, destinato a essere rifiutato da chiunque persino dal suo stesso creatore!

Abbandonato dal suo creatore e respinto dal mondo, il “mostro” sviluppa un profondo dolore che si trasforma in furia, in solitudine e infine in vendetta.
Inizia così un inseguimento tra creatore e creatura, un viaggio che attraversa paesaggi alpini, laboratori oscuri e luoghi gelidi ai confini del mondo, mentre entrambi sono tormentati dalla stessa domanda: chi è il vero mostro?

Tra riflessioni sul limite etico della scienza, il peso della responsabilità e il bisogno umano di essere visti e soprattutto accettati, Shelley costruisce uno dei romanzi più potenti di sempre, un classico assoluto che continua a parlare al presente con la sua inquietante attualità.

 

 

 

Info bibliografiche

Titolo originale: Frankenstein or the Modern Prometheus

Titolo italiano: Frankenstein

Autore: Mary Shelley

 

Anno di uscita originale: 1818

Prima pubblicazione italiana: 2015 (edizione BUR)

 

La mia edizione: novembre 2021, Edizione illustrata BUR Deluxe, acquistata a Torino

Editore italiano: BUR / Rizzoli

Numero di pagine: 259

 

Genere: GRANDI CLASSICI, HORROR & GOTICO

Data, luogo ed età di acquisto del libro: 12 Dicembre 2021, Torino, 32 anni

Data, luogo ed età di scrittura dell’articolo: 13 Dicembre 2025, Torino, 36 anni

 

 

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A caccia di sogni con Moby Dick e il capitano Achab

A caccia di sogni con Moby Dick e il capitano Achab

Copertina del libro “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach del 1975

ROMANZOAVVENTURA

A caccia di sogni con Moby Dick e il capitano Achab

Inseguire l’irraggiungibile e riuscire perfino a raggiungerlo perché l’effetto della monomania è esattamente questo! Ci porta fino a ben oltre i confini del mondo, per arrivare anche solo a sfiorare quello che davvero desideriamo.

E se abbiamo una buona ciurma al nostro fianco rischiamo davvero di raggiungere quello che era irraggiungibile per un singolo uomo.

Insomma l’unione fa la forza no?!

14 NOVEMBRE 2023 – TORINO

ROMANZOAVVENTURA

Moby Dick di Herman Melville. Ecco la mia recensione.

Ho letto Moby Dick per la prima volta a 34 anni ossia due anni più “vecchia” rispetto ai 32 anni dell’autore quando scrisse quello che è divenuto uno dei capolavori della letteratura americana. Ciò nonostante inizialmente questo libro non incontrò i consensi della critica e nemmeno del pubblico e tant’è che segnò la fine della carriera di Hermann Melville.

Morto nel 1891 si dovrà aspettare e gli anni 20 del novecento per trovare una nuova occasione di stampa dell’opera, che venne tradotta in italiano per la prima volta soltanto nel 1930 da Cesare Pavese e pubblicata postuma nel 1932. 

Cercavo una lettura leggera…

…invece ho scelto Moby Dick di Herman Melville

Perdonami la citazione da Harry Potter e la pietra filosofale ma calza alla perfezione! Digressioni fantasy a parte, ho acquistato questo libro di passaggio alla stazione Termini di Roma, e nonostante non avessi più spazio in valigia e nemmeno nello zaino ho voluto portare con me questo volume di quasi 700 pagine nell’edizione illustrata BUR Deluxe che ho scelto.

Inconsapevolmente, stavo cominciando un viaggio “di vita”, e ora quel “viaggio” si è concluso insieme alla lettura di questo librone decisamente arduo da leggere.

Nell’acquisto onestamente mi sono fatta molto conquistare dalla bellezza delle illustrazioni e in generale dall’estetica di questa edizione Bur Deluxe, e anche dal fatto di pensare “non è possibile che ancora non ho letto Moby Dick”. Fatto sta che la combinazione del numero consistente di pagine e i repentini cambi che ha conosciuto la mia vita nei due anni che hanno seguito l’acquisto di Moby Dick, hanno fatto sì che io rimandassi la lettura a favore di libri più brevi che non superassero le 450 pagine e che fossero anche più scorrevoli. Vero è che ho molto preferito la poesia ai romanzi in generale.

Soltanto chi è codardo abbassa la testa durante la tempesta

pag .613

Ma come sempre i libri seguono le mie evoluzioni di vita e così nel mentre che un capitolo intenso della mia vita volgeva al termine, ho voluto cimentarmi dopo tanto tempo, in una lettura impegnativa come appunto è quella di Moby Dick di Herman Melville. Probabilmente il libro più lungo che ho letto prima di questo è stato I pilastri della terra di Ken Follett con le sue 650 pagine (infinitamente più scorrevole), ma a conti fatti è stato per me è molto piacevole avere tra le mani un libro così duraturo, per me che ho l’abitudine di divorarli.

Il capolavoro di Herman Melville, Moby Dick, viene interpretato in svariati modi tra cui anche la metafora fra bene e male. Personalmente scelgo la metafora della vita ed in un certo senso, nella sua lenta progressione sono avanzata tra i flutti della mia vita, almeno quelli tra i più ostici che mi rimanevano da navigare per concludere gli ultimi due anni così intensi e sfiancanti.

Essendo un racconto d’avventura mi aspettavo un ritmo incalzante e che quindi anche la lettura avanzasse in maniera veloce, ma non è stato così. Facendoci quasi perdere e disorientare nel calderone nozionistico che Ismaele ci propone, Melville sembra quasi volerci far entrare in una in uno stato di attesa e pazienza quasi come fossimo anche noi uno dei marinai imbarcati sul Pequod: la baleniera capitanata dal celeberrimo Capitano Achab.

Un inno dunque alla pazienza, alla perseveranza e alla fede.

E non è forse ciò che la vita ci richiede? (compreso il nostro personale modo di intendere la parola la fede…)

Quarta di copertina del libro Erotica di Ghiannis Ritsos

…come se fossimo in una locanda con Ismaele

L’autore così comincia: “chiamatemi Ismaele“; in questo modo oltre a creare un rapporto quasi confidenziale con il lettore, come se appunto ci si trovasse all’interno di un locanda a parlare a tu per tu con questo narratore. Costui di fatto è anche testimone delle vicende che egli stesso narra, e in questa sua quasi plateale presentazione, evoca quella sensazione che si prova all’inizio di ogni viaggio quando siamo sovrastati dal pathos e dalla fame di avventura.

Ma i viaggi lunghi così come le lunghe letture, incappano naturalmente in battute d’arresto, dove quasi sfiduciati semplicemente ci lasciamo cullare dal moto oscillatorio che i flutti impongono alla nostra imbarcazione, che di fatto è la nostra stessa vita.

Leggendo Moby Dick ci si rende conto che è complesso rimanere costantemente appassionati e coinvolti nella lettura. Al pari della vita quando c’è “calma piatta” continuiamo nella quiete della nostra navigazione e ci ritroviamo, nostro malgrado, ad attendere il grido:

“Laggiù soffia! Laggiù soffia! La gobba come un mucchio di neve! È Moby Dick!»

…quasi avessimo bisogno di uno scossone esterno a distrarci da quel torpore in cui siamo caduti.

Sì, la vita è il Pequod e il Pequod è la vita perché se ben governata ogni nave come ogni esistenza ci porta esattamente dove vogliamo andare.

Genesi Moby Dick

Per quanto al limite dell’immaginario possa essere l’avventura del capitano Achab della sua ciurma e della monomania per Moby Dick, la genesi di questa storia è riconducibile a due eventi realmente esistiti. Il primo l’affondamento nel 1820 della baleniera Essex di Nantucket che fondò a seguito di un urto con capodoglio. Il secondo evento fu l’uccisione intorno al 1830 del capodoglio albino Mocha Dick.

Fatti storici che hanno fatto intraprendere un lungo viaggio a Herman Melville nella sua stessa immaginazione al punto che ancora oggi, noi navighiamo quelle stesse acque in cerca della nostra personale balena bianca

La lotta tra bene e male e il puritanesimo di Melville

Differentemente da Nathaniel Hawthorne autore de La lettera scarlatta, Herman Melville era invece dichiaratamente puritano. Questo suo mentalità e appartenenza al movimento inglese sorto nel XVI secolo, farà sì che lo stesso Melville considererò il suo Moby Dick come un libro “del male”. La dicotomia tra bene e male, è ben esemplificata all’interno nel nel “personaggio” stesso di Moby Dick: pur essendo completamente bianca, questa è di fatto la più tremenda e devastante delle creature marine.

Già nei primi capitoli troviamo appunto questa riflessione sul significato del colore bianco sin dall’antichità dei tempi, che però contrasta all’interno di questa narrazione con la natura malevola della balena bianca. Ma il bene e il male non sono non vengono fatti emergere soltanto narrando di Moby Dick, ma anche affrontando quella che è la natura umana che costantemente è in bilico tra questi due poli diametralmente opposti.

Soprattutto quando si va a caccia di ciò che desideriamo di più al mondo.

Morale di Moby Dick (almeno la mia)

Da un libro così carico di episodi e dettagli non possiamo che trarre almeno due riflessioni significative.

La prima nasce dal termine con cui Melville definisce l’ossessione del capitano Achab per Moby Dick: la sua monomania. Credo che sia la prima volta che leggo in un libro questo termine, fatto sta che ciascun essere umano per sentirsi vivo e affrontare davvero qualunque viaggio e qualunque prova, deve necessariamente avere un obiettivo che sia davvero più grande di lui.

Solo così si avrà la forza e l’ingegno per superare i propri limiti e trovare soluzioni, anche dove apparentemente non ci sono.

La seconda riflessione è che se da un lato avere una “magnifica ossessione” è benefico perché appunto ci spinge oltre i nostri limiti, dall’altro se scegliamo un obiettivo che è davvero troppo distante e lo vogliamo in breve tempo, o meglio in un momento in cui al di là del nostro ardente desiderio, ancora non siamo pronti per “catturarlo”, rischiamo di confrontarci con la realtà di venire sopraffatti dalla vastità dell’oceano. O dalla forza della Balena Bianca di cui rischiamo di diventare prede.

Qual’è quindi la vera morale per il lettore moderno di Moby Dick, al di là delle dotte interpretazioni? Prestare attenzione affinché quelli che sono i nostri obiettivi non diventino la nostra stessa agonia e prigione. 

La parabola del capitano Achab, secondo la Spinelli, è anche la narrazione metaforica della cultura americana, il desiderio di «avere qualcosa di significativo da cercare e da dire nel mondo. È il desiderio cui viene dato il nome di eccezionalismo americano […] L’eccezionalismo può trasformarsi in dismisura come nel capitano Achab» (p. 45).

Info bibliografiche

Titolo originale: The Whale

Autore: Herman Melville

Prima pubblicazione: 18 ottobre 1851

La mia edizione: 2 aprile 2015

Editore italiano: Rizzoli

Collana: BUR Classici BUR Deluxe

Genere: Romanzo, Avventura

Numero di pagine: 703 p., ill. , Brossura

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Se accendono le stelle, vuol dire che qualcuno ne ha bisogno!

Se accendono le stelle, vuol dire che qualcuno ne ha bisogno!

Poesia futurista: Se accendono le stelle di Vladimir Majakovskij

POESIA

Se accendono le stelle, vuol dire che qualcuno ne ha bisogno!

Un ritmo di lettura concitato in questo Se accendono le stelle di Vladimir Majakovkij tipico del futurismo. Parole chiare, dirette che non lasciano spazio a fraintendimenti o a sfumature. E questi stessi tratti decisi li troviamo anche nelle opere di El Lissitzky che enfatizzano le parole di Majakovskij. Tra le immagini e il frastuono della guerra, si trova però anche spazio per momenti delicati e di speranza dove lo sguardo, fin tanto che non riesce a guardare al futuro, almeno guarda al cielo e si concede un po’ di romanticismo…ma senza esagerare!

Volessimo mai dimenticarci che la vita è dura?!   

11 MAGGIO 2023 – TORINO, COMO & MILANO

POESIA

Se accendono le stelle di Vladimir Majakovkij. La mia recensione

 Amore a prima pagina. Si, anche questa volta!

Me ne sono innamorata subito. Ero a Torino e ne sono rimasta ammaliata. Come sempre se mi sento attratta da un libro significa che è quello giusto, in quel particolare momento della mia vita. Apro una pagina a caso e per prima “incontro” Se accendono le stelle e mi sento sotto un bellissimo cielo stellato. Compro il libro. Lo porto con me. Me lo porto a casa così come avrei voluto fare con tante altre cose in quel periodo, ma con un libro è più facile: lo puoi fare sempre. Ti basta semplicemente sceglierlo, pagarlo e portarlo con te ovunque tu voglia.

E come concetto (il movimento) in questo caso calza anche a pennello, perché stiamo parlando di Vladimir Majakovskij: il padre del futurismo russo! L’immagine che mi salta alla mente è: libri in movimento, o magari dovrei dire citandolo “libri di ferro”! Quanto sono potenti le pagine di un libro seppur fatte di un fragile materiale come la carta?! Un testo manifesto che ha tutto il sapore della propaganda di una difficilissima rivoluzione d’Ottobre! E nonostante il pessimismo, e il senso di distruzione che goccia come pioggia sui carri armati,  l’umore è alto e tale deve restare! Futurismo non significa in fondo questo?: la forza di portarsi in un futuro che vediamo migliore del presente?! 

Da una strada all’altra

Hanno slacciato il corsetto dell’anima.

Mani ustionano il corpo

che tu gridi o che no:

[…]

Con libidine sfila

da una strada

la calza nera.

[1913] pag 89

Alle insegne

Leggete libri di ferro!

[1913] pag 93

Un’etichetta di vino futurista per Majakovkij

Scrivo questa recensione seduta al Tannico Wine Bar all’interno del Mercato centrale di Milano dopo aver trascorso un week-end offline (onesta: per il 95% del tempo) a Como. Che meraviglia di luogo. E che meraviglia quando gli eventi della vita ti portano a vivere emozioni inaspettate e a visitare luoghi in cui non saresti mai arrivata, se non avessi preso ad un certo punto della tua vita, la strada sbagliata. Se quel giorno non avessi preso quella decisione, se quel giorno non avessi deciso di incontrare quella persona, in quel contesto, in quel luogo, vicino a quel quel lago. Tutto ci porta a trovare il nostro terroir come Marco Rossi mi ha insegnato!

Chiedo a Roberta che qui ci lavora, se posso sedermi con il mio computer e prendermi una pausa per scrivere un po’. Giustamente lei mi dice “Se bevi qualcosa si.” E così faccio! Lei mi fa assaggiare, io scelgo il vino e pago subito convinta che sarei rimasta poco, invece resto due ore. Ho persino spostato il treno perché mi sentivo coccolata in questo luogo caro al mio cuore.

Mi piaceva l’idea di scrivere di un libro futurista “dentro” una stazione, emblema di progresso e movimento, che naturalmente ci fa pensare al ferro! Milano centrale ti accoglie con la sua “architettura di ferro” e mi piace un sacco ogni volta che per qualsiasi motivo mi ci trovo.

É un tardo pomeriggio di un lunedì, e non c’è troppa gente. Sono fortunata, ho tutto il tavolone per me. Prendo posto inizio a scrivere e a “esplorare” il calice di Aglianico che ha vinto la prova assaggio (ti ricordo che @nonsonounasommelier). Etichetta meravigliosa insieme alle altre da cui sono circondata.

Non avrei mai pensato di ritrovarmi a scrivere in questo luogo, non così “presto” dopo gli eventi che me ne hanno fatta innamorare. Non posso che scegliere di brindare a questo momento con un secondo calice, stavolta di Champagne! 

Rumorini, rumori, rumoroni

Nuotano lungo i canali dei pensieri che si incrociano

[1913] pag 121

Pensieri all’appello

Che splende parla di qualsiasi cosa.

[1914] pag 153

Quarta di copertina del libro Erotica di Ghiannis Ritsos

Vino è/e poesia

Finisco di leggere Se cadono le stelle di Vladimir Majakovskij alcune settimane fa e oggi. Scrivere di questo libro in cui il futurismo si sente tutto fino all’ultima goccia (ops, parola o meglio trattandosi di un libro futurista “interpunzione”!) è complesso! Ho rimandato a lungo fino a che dopo essere stata da Cracco per un caffè americano scelgo di fermarmi da Tannico, così tra un calice di Champagne e uno di Aglianico, e scene di vita che mi passano davanti, mi sorprendo nel riuscire a scrivere.

Non so se finora sono stata davvero molto fortunata oppure se è proprio così, ma tutte le persone che amano il vino che finora ho incontrato amano l’arte e dentro hanno una loro “poesia”, che se tocchi le giuste leve e magari stappi le giuste bottiglie, condividono con te rendendoti parte del loro mondo che per quanto piccolo possa essere, per te è grande come il mondo e ne sei appagata anche se ne vorresti sempre di più.

Il vino quindi è poesia, è racconto, è incontro! Direi che fossero solo questi tre (ma sono di più) sarebbero già degli ottimi motivi per apprezzare il vino. E se il vino è poesia, che bello è scrivere pensando di un libro di poesie con un calice di vino a dare la giusta impronta a questa nuova recensione?!

Se accendono le stelle

 

Ascoltate!

Se accendono le stelle –

vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?

Vuol dire che qualcuno vuole che esse siano?

Vuol dire che qualcuno chiama perle questi piccoli sputi?

E tutto trafelato,

fra le burrasche di polvere meridiana,

si precipita verso Dio,

teme d’essere in ritardo,

piange,

gli bacia la mano nodosa,

supplica

che ci sia assolutamente una stella! –

giura

che non può sopportare questa tortura senza stelle!

E poi

cammina inquieto,

fingendosi calmo.

Dice ad un altro:

Ora va meglio, è vero?

Non hai più paura?

Sì?!”.

Ascoltate!

Se accendono

le stelle –

vuol dire che qualcuno ne ha bisogno?

Vuol dire che è indispensabile

che ogni sera

al di sopra dei tetti

risplenda almeno una stella?! […]

Majakovkij è un vino t/Tannico

Il Vladimir Majakovskij di Se accendono le stelle può sembrare molto romantico ad un primo approccio (ripeto ho letto come prima poesia “Se accendono le stelle”) ma in realtà è decisamente crudo o per restare in tema wine: tannico! Ciò nonostante riesce ad essere vellutato e a farti sentire le sfumature e gli aromi perché non secca troppo il palato e la saliva resta presente in bocca, pronta a far emergere il contesto di sapori, odori e suoni. Eh si, per certi versi Majakovskij è come del vino.

Lo guardi (leggi i primi versi), ne cogli le sfumature cromatiche (ci sono le opere di El Lissitzky), lo fai arieggiare (sfogli le pagine), lo annusi (lo annusi) e infine lo bevi (lo leggi con avidità). E quando bevi il primo sorso percepisci quel “qualcosa” che ti arriva in bocca e nel cervello in modo così diretto come solo lo stile futurista sa fare. Ricordo in questo senso il modo di scrivere di un ragazzo di cui mi ero innamorata a diciannove anni (G.B.). Aveva il mito del futurismo (NETfuturismo) e la sua vita era una manifestazione dei suoi ideali, nel bene e nel male. Come in La verità, vi prego, sull’amore di Wystan Hugh Auden (che ho comprato poche ore prima di scrivere questa recensione) anche qui in Se accendono le stelle di Majakovskij si colgono tante dualità! Percepisci il morbido e l’aspro. Il dolce e l’amaro. Il benestare e il rifiuto. Il pessimismo e la speranza. Il fugace e persistente.

Anche in quest’ottica: movimento = futurismo!

Ehi!

Umida, come l’avessero leccata,

la folla.

[…]

Prendi, e vai a ricamare il cielo di nuovo,

inventa nuove stelle e la mettila in mostra

che graffiando frenetiche i tetti,

al cielo si arrampichino le anime degli artisti.

[1916] pag 181-183

A tutto

A voi affido il frutteto

della mia grande anima.

[1916] pag 193

Lilička! Invece di una lettera

Ma, oltre al tuo amore

io

non ho sole.

[…]

Ma io

non ho caro altro suono

che il suono del tuo nome amato.

[…]

Su me

oltre al tuo sguardo

non ha potere alcuna lama di coltello.

[…]

Le foglie secche delle mie parole

sapranno convincerti a restare

coi loro avidi respiri?

[1916] pag 197

Il futurismo di Majakovkij / La scoperta di una nuova etichetta

Il futurismo è una corrente artistica e quindi letteraria che naturalmente viene abbinata alla velocità, alla macchina, al rumore, alla guerra, al metallico, ai colori forti, pieni, netti e marcati. Predominano le linee rette ma sempre dinamiche e mai ortogonali. Determinanti nella comprensione di questo stile sono i dipinti El Lissitzky (carissimo amico di Vladimir Majakovskij) riportati tra le pagine di questo libro.

Majakovskij è quindi la celebrazione della macchina, della libertà senza alcuno spazio per la passionalità? Decisamente no.

Majakovskij è come quando bevi un calice di vino. Come quando apri una nuova bottiglia, scopri un nuovo vitigno, una nuova persona che ti incuriosisce ed è tutto da esplorare. Tutto prende sfumature inattese e quindi sorprendenti: sorso dopo sorso, riga dopo riga, sguardo dopo sguardo senti in bocca l’altro e ne assapori ogni più piccolo aroma e profumo.

Inatteso credo sia un termine che si sposa alla perfezione con il futurismo, con il suono dei motori o nel caso di Se accendono le stelle di Majakovskij,  con gli spari e con i rumori assordanti della guerra che non si preannunciano (Auden ha usato questa parola in riferimento all’amore che arriva all’improvviso nella sua Ninnananna), semplicemente sovrastano, e impetuosamente si fanno spazio nelle nostre vite e quindi nei nostri ricordi.

Ma facendo spazio, creano “luoghi” nel cuore e nella mente dove possiamo seminare qualcosa di buono e nella più romantica delle immagini: illuminare tutto questo con la luce delle stelle, perché si (per rispondere alla domanda dello stesso autore) le accendiamo ogni notte perché ne abbiamo bisogno. Ciascuno di noi!

All’amato se stesso dedica queste righe l’autore

Accendere l’anima per una sola!

Ordinarle con i versi di struggersi in cenere!

E le parole

e il mio amore

sarebbero un arco di trionfo:

pomposamente,

senza lasciare traccia, ti passerebbero sotto

le amanti di tutti i secoli.

[…]

Passerò, trascinando il mio enorme amore.

[…]

e così inutile?

[1916] pag 211-213

Alla Russia

Le vie sgranato gli occhi.

Radi mi le penne con rasoio del vento.

[1916] pag 217

Straordinaria avventura

Pensi che permessi a facile

risplendere?

— fanne tu stesso la prova! —

Se ti ci metti —   

Devi continuare,

splendendo sempre a piena luce!

[…]

Risplendere sempre,

risplendere ovunque,

sino al fondo degli ultimi giorni, 

risplendere —

e nient’altro!

Ecco la parola d’ordine mia

del sole!

[1920] pag 281

A Sergèj Esènin

Bisogna

dapprima

trasformare la vita

e, trasformata,

si potrà esaltarla.

[…]

In questa vita

non è difficile morire.

Vivere

è di gran lunga più difficile

[1926] pag 311-313

Sinossi

Uomo impetuoso e geniale, acclamato nella Russia di inizio Novecento per la sua oratoria ricca di passione e provocazione e per la capacità di trasposizione della vita in arte e della biografia in poesia, Vladimir Majakovskij fu il fondatore del futurismo russo e il propugnatore degli ideali rivoluzionari fin da prima del loro compimento storico. Questa antologia, incentrata sull’attività del poeta nel periodo precedente la Rivoluzione d’Ottobre, permette di riscoprire il rapporto di Majakovskij con i grandi temi della tradizione russa e con gli slanci innovativi del futurismo. In quest’edizione di pregio, le liriche sono corredate dai dipinti e dalle grafiche di El Lissitzky, con il quale Majakovskij collaborò in diverse occasioni, che restituiscono al lettore il fermento intellettuale e culturale in cui si genera e sviluppa l’attività del poeta più importante dell’epoca sovietica. Un’opera imprescindibile per la conoscenza di un artista che non fu solo propagandista politico, ma anche uomo di profonda sensibilità, un grande poeta dall’animo vulcanico e inquieto che non ha mai smesso di interrogarsi sui turbamenti dell’esistenza umana.

:

Info bibliografiche

Titolo originale: – (russo)

Titolo: Se accendono le stelle

Autore: Vladimir Majakovskij

Prima edizione italiana: 2021

La mia edizione: I edizione – 26 Gennaio 2021

Editore italiano: Rizzoli

Collana: Bur Classici – Bur Deluxe

Genere: Poesia

Numero di pagine: 328

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Un po’ di sano femminismo in “Attraverso lo specchio”

Un po’ di sano femminismo in “Attraverso lo specchio”

Copertina del libro Erotica di Ghiannis Ritsos

GRANDI CLASSICIFANTASTICORAGAZZIROMANZO

Un po’ di sano femminismo in “Attraverso lo specchio”

E se la vita è una partita di scacchi e alla fine diventiamo regine, chi è l’unica persona che deve mettere la corona sul nostro capo se non proprio noi stesse? In un mondo che funziona al contrario, la nostra razionalità e determinazione saranno due ingredienti fondamentali per continuare ad avanzare nonostante tutto. Casella dopo casella. E forse la sfida è proprio questa: immergersi nel mondo al rovescio e uscirne dritte.

17 MARZO 2023 – TORINO

GRANDI CLASSICIFANTASTICORAGAZZIROMANZO

Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò di Lewis Carroll. Ecco la mia recensione.

Se in Alice nel paese delle meraviglie troviamo un mondo assurdo, tutto si amplifica in Attraverso lo specchio. Concepito come proseguo del più noto “paese delle meraviglie” dove le regole dell’assurdo sono dettate dal gioco delle carte, in Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò di Lewis Carroll ci ritroviamo a giocare a scacchi. I personaggi diventano pedine e uno dopo l’altro avanzano sulla virtuale scacchiera. Questa proposta da Carroll è una versione del gioco che ne cambia il paradigma, perché l’obiettivo stavolta è che Alice diventi regina, quasi deponendo (sconfiggendo) le altre due: La regina Rossa e la Regina Bianca.

La senti la neve contro i vetri, Kitty? Che rumore dolce e soffice! Proprio come se fuori ci fosse qualcuno che bacia tutte le finestre.

Tuffarsi nello specchio

Scritto nel 1871 a distanza di sei anni dalla prima avventura di Alice, Carroll dà inizio alla narrazione esattamente sei mesi dopo la fine delle avventure nel Mondo delle meraviglie (1865). Alice gioca con il suo gatto nel salotto della sua casa e già in questo momento di gioco nel mondo reale, Carroll inizia a imbeccarci (e noi totalmente inconsapevoli) su quello che sarà nel corso della nuova avventura in cui Alice sta per immergersi e noi con lei.

Fai la riverenza mentre pensi a cosa rispondere. Così guadagni tempo.

(…) i miti occhi azzurri e il sorriso gentile del Cavaliere (…)

Il mondo al rovescio

Pur essendo questo secondo libro molto più ricco di filastrocche e canzoni, il tono con cui Lewis Carroll scrive Attraverso lo specchio è decisamente meno allegro e coinvolgente rispetto al classico “paese delle meraviglie”. È noto che la vita personale di chiunque scriva si riversa in ciò che viene scritto. Dunque anche in questo caso, le problematiche familiari che Carroll stava vivendo nel periodo in cui scriveva, si sono riversate nella sua produzione letteraria per certi versi se non incupendola, togliendole quel ritmo incalzante che comunque viene controbilanciato da un’assurdità ancor più accentuata rispetto alla prima avventura.

In fondo ogni avventura per definizione deve essere più sorprendere della precedente giusto?!

Così quando Alice, che conferma il motto “la curiosità è causa di guai” cadendo nel mondo al rovescio quando attraversa lo specchio, scopre che, in questo mondo al contrario solo i controsensi, i non sense, hanno davvero un senso e l’unica regola che davvero conta è: credere all’impossibile.

Un invito pedagogico a voler credere che esiste più di ciò che abbiamo quotidianamente davanti ai nostri occhi? A credere nei nostri sogni anche quelli più assurdi?

Di certo è questa una valida interpretazione, soprattutto per l’adulto che legge questa storia che definire assurda è un eufemismo. 

Io non posso ricordare le cose prima che siano successe.

È troppo tardi per correggersi, (disse la Regina Rossa) una volta detta una cosa, è fatta e devi accettarne le conseguenze.

In un paese delle meraviglie e si giacciono,
sognando mentre i giorni passano,
sognando mentre le estati muoiono:
eternamente scivolando lungo la corrente…
Indugiando nell’aureo bagliore…
che cos’è la vita, se non un sogno?

Il gioco degli scacchi

La scelta di contrapporre ad un mondo irrazionale che è quello che incontra Alice una volta attraversato lo specchio, il gioco degli scacchi, crea un equilibrio “compositivo” sorprendente. Chiaro che non è una delle partite in stile La regina degli scacchi di Waler Tavis (2020), ma comunque una partita che vale la pena di essere giocata. 

Inoltre evoca anche un’idea di maturità ed evoluzione del personaggio che se prima giocava ad un gioco relativamente facile come quello delle carte, ora gioca addirittura a scacchi.  

Ecco che troviamo un’Alice che, se di soli sei mesi più grande rispetto a quando ha vissuto le avventure nel paese delle meraviglie, risulta per certi versi cresciuta e più consapevole.

Se già in Alice nel paese delle meraviglie avevo riflettuto sul fatto che questa bambina pur avendo le sembianze di una bambola con tanto di scarpe di vernice, è in grado di tirare fuori il carattere esprimendo il suo pensiero, con piacere confermo che anche in Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò questo aspetto non solo è presente ma addirittura evolve. Alice infatti ha imparato a “pensare prima di parlare” il che denota una importante evoluzione del personaggio. In fondo nasce per essere letto dai bambini, dunque l’aspetto pedagogico di necessità ha una sua rilevanza compositiva.

E tutto per un sonaglio!

Certe volte arrivava credere anche assai cose impossibili prima di colazione.

Credevi che non sapessi rispondere, eh? Fammi un’altra domanda.

Quarta di copertina del libro Erotica di Ghiannis Ritsos

Iconografia

Se da un lato il personaggio evolve, dall’altro la sua iconografia resta invariata. Evinciamo questo stando non tanto alle descrizioni di Carroll che quasi dà per scontato che Alice la si conosca bene, quanto piuttosto per le illustrazioni originali del Tanniel che in questa edizione Bur Deluxe sono riportate e che aiutano il lettore ad immergersi e figurarsi personaggi e situazioni che Alice incontra.

Se altrove l’occasione per esplorare l’inesplorato era stata la tana del Bianconiglio, qui il pretesto è lo specchio. Di nuovo, un elemento non casuale inserito quasi a volerci invitare a riflettere su chi siamo davvero. Su come ci vediamo e sul fatto che immergerci in maniera profonda in qualcosa, anche dentro noi stessi, può essere un’esperienza totalmente inaspettata.

E certo rischiamo anche di trovare un mondo al contrario, ma almeno possiamo poi avere il premio finale di regine, del gioco che è la nostra vita.

(…) le braccia avvinte amorosamente (…)

Puoi guardarti davanti, ed entrambi i lati, se vuoi ma in giro non puoi di certo… Se non hai degli occhi nella nuca.

Il simbolo della corona

La corona è per antonomasia riconoscimento di potere e autorevolezza. L’atto di Alice di prendere la corona e poggiarsela sul capo da sola, è assolutamente significativo. Immaginando l’intera partita come se fosse la vita più o meno assurda che ciascuno di noi vive, possiamo immaginare che (effettivamente) Alice non ha bisogno di nessun altro a parte se stessa per essere incoronata regina della sua vita. 

Ha avuto la forza, il coraggio e la perseveranza di andare avanti nonostante tutto? Allora merita l’ambita onorificenza finale!

Forse Lewis Carroll in Attraverso lo specchio ci insegna che la sfida è proprio questa: immergersi nel mondo al rovescio e uscirne dritte e fiere come solo una regina può essere.

Ricordati che sei!

Le cose non cadono mai verso l’alto.

Personaggi

Alice
I fiori parlanti
Insetti fantastici
La regina bianca
La regina rossa
Il re
Il Cappellaio matto
Humpty Dumpty
Tweedledum e Tweedledee
Il leone e l’unicorno
Il Cavaliere bianco
La Pecora
– La vespa con la parrucca –

Sinossi

Satira della società, rivolta contro la ragione, specchio dell’infanzia che giudica il mondo degli adulti, saga dell’inconscio, storia di un incubo e bibbia dell’assurdo. Con i suoi personaggi indimenticabili e le situazioni paradossali l’incantato viaggio di Alice a soggiogato decine di generazioni esercitando un fascino misterioso e pure semplicissimo. In questa edizione speciale che unisce Alice nel paese delle meraviglie e attraverso lo specchio, la raffinata traduzione di Masolino D’amico si sposa all’arguzia del brillante matematico statunitense Martin Gardner, che con le sue celebri glosse ha svelato come nessun altro i giochi di parole e la fitta trama di non sense e indovinelli matematici intessuti nel reverendo Carol nei suoi due capolavori. Accompagnano il testo le illustrazioni di John Tenniel, celebre incisore di epoca vittoriana che con la precisione del suo tratto la pungente ironia delle sue intuizioni diede per la prima volta forma grafica all’universo di Alice e alle sue meraviglie.

Capitoli

  1. La casa dello Specchio
  2. Il giardino dei fiori parlanti
  3. Insetti allo Specchio
  4. Tweedledum e Tweedledee
  5. Lana e acqua
  6. Humpty Dumpty
  7. Il leone l’unicorno
  8. É una mia invenzione
  9. Alice regina
  10. Sgrulloni
  11. Risveglio
  12. Chi l’ha sognato?
  13. (La vespa con parrucca)

Info bibliografiche


Titolo originale: Through the Looking-Glass, and What Alice Found There (inglese)

Titolo: Attraverso lo specchio e quello che Alice vi trovò

Autore: Lews Carroll

Prima edizione: 27 dicembre 1871

Prima edizione italiana: 1913

La mia edizione: VIII edizione – Ottobre 2022

Editore italiano: Feltrinelli, Rizzoli

Collana: Bur Deluxe

Genere: Grandi classici, racconto, ragazzi, grandi classici

Numero di pagine: 365

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Non fare come Pinocchio: vai dritt* per la tua strada

Non fare come Pinocchio: vai dritt* per la tua strada

Recensione Pinocchio di Carlo Collodi

GRANDI CLASSICIROMANZOFANTASTICORAGAZZI

Non fare come Pinocchio: vai dritt* per la tua strada

 

Pinocchio, il grande capolavoro di Carlo Collodi narra la storia di un burattino che sognando di diventare un bambino vero, ci insegna ad andare dritti per la nostra strada senza lasciarci distrarre da persone ed eventi che possiamo incontrare lungo il nostro cammino.

8 DICEMBRE 2022 – TORINO

GRANDI CLASSICIROMANZOFANTASTICORAGAZZI

Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi

Se in tutti questi anni non ci sei ancora arrivat* te lo dico io: il nome Pinocchio non viene dal nulla ma dal materiale di cui questo burattino è fatto!

…frutto del pino, il pinolo, ossia il “pinocchio”, come si diceva appunto nella Toscana dell’Ottocento

Il burattino nato dalla fantasia di Carlo Collodi, pseudonimo di Carlo Lorenzini e plasmato dalle mani di Mastro Geppetto nasce proprio da un ciocco di pino. Certo non tutti i ciocchi di legno riescono a prendere vita iniziando a muovere gli occhi e a correre ovunque come capita nei primi capitoli del grande classico di Collodi, ma a volte seppur nella fantasia succede, e abbiamo davvero di cui impararne.

Tu sei quello che mi ha insegnato la strada.

Declinazione pedagogica con premio conclusivo

Leggo questo libro per la prima volta all’età di 33 anni, nell’inverno del 2022 a Torino e la famosa morale che c’è in ogni libro per ragazzi (?) questa volta diventa una morale per gli adulti. Sì per tutti quegli adulti un po’ persi, come se fossero bambini sperduti dell’Isola che non c’è del Peter Pan di James Matthew Barrie (1911) o non sapessero più che consigli seguire, nemmeno quelli che ci si danno da soli, come capita all’Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll (1865).

Disgraziatamente, nella vita dei burattini c’è sempre un ma, che sciupa ogni cosa.

Leggere questo libro da adulti, lascia indubbiamente molto di più di quanto accada leggendolo da ragazzini. La questione è semplice: prendere la decisione giusta non è mai facile, e non è piacevole perché comporta delle rinunce: comporta l’abbandonare la nostra zona di comfort e le nostre idee che fino a quel momento abbiamo sostenuto e difeso a spada tratta.

Ma una decisione, una saggia decisione! va sempre presa e poi portata avanti. Non ci sono Gatti e Volpi (il Gatto e la Volpe), Lucignoli vari (Lucignolo), monete sonanti (Campo de’ Miracoli), spettacoli affascinanti (Mangiafuoco), personaggi ammalianti (Ometto) o ghiottonerie (Paese dei Balocchi) che tengano, quando davvero abbiamo chiaro il nostro percorso, il nostro “why” per dirla usando un termine che appartiene alla crescita personale.

 

Ve lo dirò io, miei cari e piccoli lettori.

Le nostre bugie hanno il naso lungo come Pinocchio o le gambe corte?

Pinocchio almeno nei primi trentaquattro capitoli (su trentasei!) non aveva chiaro il perché effettivamente dovesse agire in maniera retta. Ma quando poi lo ha trovato (il suo di perché) ciò che è stato in grado di portargli nella vita e in quella delle persone a lui care, ha di gran lunga superato le aspettative più floride.

[Da tenere a mente per il futuro ;-)]

Perché quando i ragazzi, di cattivi diventano buoni, hanno la virtù di far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche all’interno delle loro famiglie.

Quante volte abbiamo sentito la frase minacciosa da parte di un adulto verso un bambino (magari eravamo proprio noi quel bambino…) “Non dire le bugie altrimenti ti cresce il naso come Pinocchio“? Probabilmente tante ma il vero significato probabilmente non eravamo in grado di coglierlo. Avere il naso lungo significa aver detto così tante bugie da arrivare ad allontanare le persone che ci sono vicine e questo Pinocchio lo impara davvero a carissimo prezzo.

Vero è che esiste anche una seconda tipologia di bugie: quelle con le gambe corte, ossia quelle che vengono scoperte dopo poco tempo.

I ragazzi fanno presto a promettere, ma più delle volte fanno tardi a mantenere.

Anzi ad onor del vero esiste anche una terza tipologia di bugie: quelle che raccontiamo noi stessi quando ci fingiamo migliori di quello che siamo, quando non facciamo realmente i conti con noi stessi e con quelli che sono i nostri reali obiettivi di vita. Quest’ultima è a mio avviso è la tipologia più pericolosa e alla fine lo stesso Pinocchio si scontra con questa verità e ne comprenderà il significato.

Quando però ci rendiamo conto dei reali effetti che le nostre azioni/bugie causano a noi e agli altri, il nostro Grillo parlante interiore ci bussa sulla spalla, ci tira le orecchie (per fortuna senza staccarcele come invece fa l’Omino con uno degli asinelli) e ci aiuta a tornare sulla retta via.

Mi sono dovuto persuadere che per mettere insieme onestamente i pochi soldi bisogna saperseli guadagnare o col lavoro delle proprie mani o coll’ingegno della propria testa.

La leva della paura come pretesto pedagogico

Per chiunque faccia marketing che la paura sia una potente leva è cosa nota. Ma è anche un potente “strumento” pedagogico e Carlo Collodi con il suo Pinocchio ne fa decisamente largo uso.

Tale paura trova concretezza massima nella trasformazione in somari, momento in cui si acquisisce contezza del fatto che le conseguenze sono oramai irreversibili e si prova un senso di paura profonda per le sorti della propria stessa vita. 

Che ne sarà di me,

Che ne sarà di me,

Che ne sarà di me.

Come sappiamo nel caso di Pinocchio in tal senso l’epilogo sarà addolcito dall’intervento della Fata turchina, che diviene per Pinocchio una vera e propria figura materna quasi a voler evidenziare da parte di Collodi l’importanza di figure cardini nella crescita di un bambino e parlando di un libro di fine ‘800 chiaramente queste figure sono il padre e la madre.

Sorte diversa spetta invece a coloro che “abbandonati” a loro stessi (Lucignolo) devono convivere con la loro mala sorte, alla quale hanno spianato la strada. Eppure sul finire la capacità di parola che Lucignolo ha mantenuto vuole forse essere un messaggio di speranza che ci fa pensare che anche quando tutto sembra perduto, alla fine non lo è mai davvero.

…e il senso di colpa di Pinocchio

Insomma Pinocchio alla fine impara che la scelta migliore è quella di andare sempre dritti per la propria strada, lasciando al loro posto quello che ci attrae vanamente durante il nostro percorso ed andare dritti (il più possibile) alla nostra meta.

Che questa sia la casa paterna, quella della Fata dai capelli turchini o (per essere più concreti) un obiettivo di vita, la strada giusta è quella che percorriamo rimanendo concentrati su ciò che volevamo sin dall’inizio del nostro viaggio.

Il vero premio non sarà certo raccogliere migliaia di monete d’oro dopo averne sotterrate quattro! Ma piangere di gioia quando si arriva dopo un lungo viaggio, dove davvero stavamo andando o si raggiunge chi stavamo cercando anche se questo ci porta nello stomaco di un Pesce-Cane (no, non è una balena).

E come viene insegnato tutto questo da Carlo Collodi? Usando una seconda leva: quella del senso di colpa.

Non ci avevi mai fatto caso eh?! Eppure è proprio lì:

  • quando fa sentire in colpa Pinocchio perché suo padre patisce il freddo per aver venduto la sua unica casacca;
  • quando non vuole dispiacere alla Fata Turchina a causa delle sue scorribande quando rincasa alla sera;
  • quando legge (pur non sapendo leggere) che quest’ultima è morta di dolore per causa sua;
  • quando scopre che suo padre si è avventurato in mare per cercarlo;
  • etc..

Alla fine però questa terapia d’urto funziona e Pinocchio vede tutte le sue scorribande perdonate e dopo una serie di dimostrazioni che attestino il suo reale cambiamento diventa un bambino vero.

Bravo Pinocchio! In grazia al tuo buon cuore, io ti perdono tutte le monellerie che hai fatto fino a oggi.

Pinocchio alla fine muore

No alla fine del libro di Collodi Pinocchio non muore; nella versione definitiva Pinocchio vivrà felice con suo padre Mastro Geppetto.

La scena dell’impiccagione ad opera degli “Assassini” ossia il Gatto e la Volpe viene comunque descritta nel XV capitolo, ma ridurrà il nostro Pinocchio semplicemente in fin di vita.

L’importanza di questo capitolo rimane comunque cardine e a te lettore lascio la curiosità di scoprire il perché.

(Pinocchio è uno di quei) simboli quali non è più possibile rinunciare con nemmeno immaginare che possano non esistere più.

Personaggi e luoghi

  • Maestro ciliegia, mastr’Antonio
  • Geppetto, Polendina
  • Pinocchio
  • Grillo-parlante
  • Paese dei Barbagianni
  • Il Gatto e la Volpe
  • Osteria del Gambero Rosso
  • Quercia grande
  • Bambina dai capelli turchini, fata turchina,
  • grosso Falco
  • Can-barbone
  • Medoro
  • Corvo
  • Civetta
  • Picchi
  • Città “Acchiappa-citrulli”
  • Campo dei miracoli
  • Pappagallo
  • Il Giudice gorilla
  • Giandarmi Can-mastini
  • Giovane imperatore della città acchiappa-citrulli
  • grosso Serpente
  • la Lucciola
  • Melampo
  • grosso Colombo
  • Delfino
  • Pesce-cane
  • Il paese delle Api industriose
  • Compagni di scuola di Pinocchio
  • Eugenio: ragazzo che viene colpito dal libro Trattato di aritmetica
  • i Pesci
  • grosso Granchio
  • due carabinieri
  • Alidoro: can mastino dei carabinieri
  • pescatore: vive in una grotta
  • la Lumaca
  • Romeo soprannominato Lucignolo
  • Paese dei Balocchi
  • Omino
  • bella Marmottina 
  • Tonno
  • l’ortolano Giangio

Info bibliografiche

Titolo originale: Le avventure di Pinocchio (Italiano)

Titolo: Le avventure di Pinocchio

Autore: Carlo Collodi

Prima edizione italiana: Febbraio 1883

La mia edizione: Prima edizione – Ottobre 2022

Editore italiano: Giunti

Genere: Per ragazzi, Romanzo, Fantasy, Grandi classici, 

Numero di pagine: 206

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